Si è dibattuto molto, nei giorni scorsi, sulla natura del governo Draghi, se esso fosse tecnico o politico. A qualche settimana di distanza dal giuramento, facciamo allora un’analisi della struttura ibrida che distingue questo esecutivo dagli altri. La fine del Conte bis ha riaperto la ferita del “deficit di governabilità” del nostro Paese. Le proposte avanzate dalle forze parlamentari sono state diverse, dalle elezioni anticipate al governo politico con diversa maggioranza, fino al governo di unità nazionale. La soluzione del voto anticipato, avanzata dalle destre, è stata vigorosamente respinta dal Capo dello Stato sulla scorta di varie ragioni quali il rischio epidemiologico generato dalle attività politiche e le scadenze europee imminenti. Il Governo italiano, qualunque esso sia, deve infatti presentare entro la primavera la proposta di recovery plan alla Commissione Europea. Considerando un’ipotetica tabella di marcia che ha per inizio lo scioglimento delle camere, poi la campagna elettorale, l’insediamento, l’elezione dei presidenti dei due rami del Parlamento, le consultazioni e la definitiva formazione del governo, sarebbe stato irragionevole pensare di completare l’iter in meno di 90 giorni, ben oltre le scadenze comunitarie. Si comprende come sia fondata, o meglio, responsabile, la scelta del Presidente della Repubblica di non tenere i fondi europei “ostaggio” di un governo in regime di prorogatio per il disbrigo degli affari correnti. 

Sul governo politico è inutile soffermarsi. I numeri dei seggi del legislativo parlano chiaro: non si può formare una maggioranza dello stesso colore politico e, addirittura, nemmeno di colori simili. L’unica strada, si era capito da tempo, rimaneva solo il governo di unità nazionale. Anche il nome di Mario Draghi circolava ormai da un po’ negli ambienti politici, nei cuori degli statisti, nelle speranze degli ottimisti e persino in qualche quotidiano nazionale. Non c’è dubbio che l’entusiasmo, dopo la convocazione di Draghi al Quirinale, sia stato dilagante. Il governo tecnico ha sempre suscitato tranquillità sia tra i cittadini che nei mercati, rassicurati dalla stabilità economica dello Stato. Ma questo esecutivo non può dirsi propriamente tecnico. Come detto prima, è ibrido. Lo è in primis perché non tutte le forze politiche lo sostengono; manca infatti la fiducia di Fratelli d’Italia e di qualche piccolo gruppo di parlamentari, anche se la fiducia è comunque larghissima, quasi totale. In secundis, la composizione stessa dell’esecutivo palesa definitivamente la sua natura: tra Presidente del Consiglio, ministri e sottosegretari soltanto undici di essi sono indipendenti e, quindi, tecnici. Circa cinquanta membri del governo sono politici, assegnati in ossequio alla rigorosa proporzionalità con il peso parlamentare delle forze politiche. Questa ibridazione non è necessariamente un male, anzi, nella definizione degli obiettivi post-pandemia e nella determinazione delle risorse europee la rappresentanza dei politici eletti dai cittadini è fondamentale. 

L’immagine di Mario Draghi come guerriero liberatore, che scende da Bruxelles fino a Roma per risollevare le sorti del suo Paese con, in sottofondo, la melodia del whatever it takes devo ammettere che mi rallegra parecchio. Le sue parole, che hanno risvegliato l’orgoglio nazionale, prive di una dialettica politica sterile che strumentalizza il nazionalismo, hanno invece fatto tornare gli italiani a confidare nelle loro capacità e nel loro futuro. Nel governo non sono mancati nomi importanti come Marta Cartabia, ex presidente della Corte Costituzionale. Dobbiamo sperare che questa coabitazione di politici e tecnici possa essere veramente produttiva e non ostacoli il programma ambizioso del Presidente. 

Detto ciò, rimane il problema che, a mio avviso, è denominatore comune di tutti i governi che non nascono subito dopo le elezioni, ma nel bel mezzo di una crisi. Sto parlando della legittimazione del governo. Sul piano istituzionale, va ribadito, le elezioni non servono a formare il governo, ma a incaricare il Parlamento di farsi portavoce dei cittadini; dunque, Draghi e tutti gli altri tecnici non hanno nulla da temere quando esercitano le loro funzioni. Bisogna invece analizzare gli effetti politici e sociali che poi, indirettamente, modificheranno gli assetti istituzionali e la percezione dei cittadini nei confronti dell’autorità. Vorrei citare qualche parola da Presunto Colpevole, un libro di Marcello Sorgi: 

“[…] introducendo la regola non scritta che ogni cinque, sei, sette anni, la Repubblica dev’essere commissariata da tecnici. Ciampi, Dini, Monti accorrono al capezzale dell’Italia per tirarla fuori dai guai, rimediare ai danni provocati dai governi e, in definitiva, ridurre lo spazio d’azione dei politici, delle loro promesse non mantenute, di una politica ridotta schiava dell’opinione pubblica, controllata, minuto per minuto, attraverso sondaggi e social forum, ma ormai ingovernabile. […] Le medicine, si sa, curano ma danno effetti collaterali. I politici torneranno di nuovo al governo, dopo i tecnici, e gli uni e gli altri continueranno ad alternarsi. Ma non servirà a molto”.

Le parole del giornalista sono un’analisi perfetta dello status quo. È emblematica l’immagine della Repubblica commissariata a causa dei danni provocati dai politici che hanno perso l’autorevolezza di un tempo, ma poi non colpevolizzati eccessivamente perché la colpa viene trasferita in larga parte sull’opinione pubblica. Il governo è, per definizione, politico. Pensate a quanto sia imbarazzante non avere un governo eletto da noi stessi. Certo, se a capo del governo c’è Mario Draghi forse l’imbarazzo passa tutto in un colpo e si trasforma in orgoglio, ma gli effetti sul sistema politico non sono da poco. Si farà strada tra i politici e tra i cittadini la convinzione che non importa che scelte irresponsabili si facciano a carico della finanza pubblica, perché prima o poi arriverà un altro guerriero a salvarci o, perché no, arriveranno gli ufo con un’astronave piena di tecnici pronti a governare l’Italia. Posso concludere augurando buon lavoro al Presidente Draghi, nella speranza di avere domani un’Italia più verde, più digitale, più umana e più attraente per teste e capitali.

Marco Lombardo