21 giugno 1957. È notte, eppure è giorno. É notte, eppure la penombra è accecante. L’aria è strana, viziata, quasi il fiume e le palazzine rivolgessero i volti al sole con aria di sfida, offesi dal non potersi addormentare almeno per un po’. Una serie infinita di bagliori strani, sbagliati. Dostoevskij racconta quelle luci popolate da uomini strani, esseri perduti, sognatori, ribelli, illusi. Il rumore assordante di passi cadenzati spezza la calma che il fenomeno del 60° parallelo nord lascia colare sulla città; Sasha tenta di scacciare le parole dell’autore dai propri flussi di pensiero mentre a piedi costeggia il Neva diretto verso il distretto centrale, stretto nel camicione largo tipico degli studenti della grande città. Le campane del monastero di Novodevičij salutano le Notti Bianche di Leningrado, graffiando il silenzio irreale. Quelle, e le sirene delle chiatte sul fiume che feriscono mortalmente la calma della notte, anticipano di poco l’entusiasmo dei cittadini: la mezzanotte è passata, e il sole non cede, sostenuto dalle grida di meraviglia dei leningradiani. Risplendono le acque dei canali, i palazzi, i colori sfumano in riflessi perlacei, soffocanti, incastonando tutto in un rilievo di madreperla denso e statico. Soffrire d’insonnia a Leningrado non è poi tanto una tragedia.

Studenti e curiosi s’aggirano per i canali, con gli occhi stanchi persi in acque altrettanto vitree. Ogni tanto si riesce a rapire qualche parola dai loro discorsi: è il 1957, lo Sputnik è in cielo a inseguire una strategica parità con gli Usa e il morale è alto. Sasha rivolge lo sguardo alla strada, stringendo nella tasca della giacca la propria copia di Vita e Destino di Grossman. Per quanto la censura abbia tentato di impedire la circolazione del manoscritto, qualche copia era salva. Certo, copie accusate di propaganda ideologicamente nociva all’URSS per le troppe critiche al regime di Stalin, e che aveva portato al suo sequestro da parte del KBG. Quel testo e molti altri vennero presto sottoposti a proibizione, come tanta, tanta arte che non rientrava nelle ipotesi di diffusione d’idee del regime. Celebre tra molti il capolavoro controverso per eccellenza, Lolita, ricorda il ragazzo con affetto quasi pensasse a una vecchia amica, le cui pagine aveva gelosamente riposto sotto una tegola nel sottotetto, ben nascosta al mondo e a chiunque non avrebbe dovuto leggerne. Nabokov non poteva essere affatto stampato: figlio di un politico centrista, ardente oppositore dei bolscevichi. Tutta la famiglia dell’autore lasciò la Russia dopo la Rivoluzione, alle grida di “traditori della Patria”. In qualche modo i suoi testi furono comunque pubblicati in samizdat dando all’élite intellettuale possibilità di conoscerne e fortunatamente diffonderne i fascicoli con cautela. 

Tornando al ragazzo che cammina nei riflessi di luce sul Neva, non è il libro a innervosirlo. Lentamente ne accarezza la copertina con piccoli movimenti circolari del pollice dentro la tasca. Un possesso che potrebbe condurlo in seri guai, eppure non si aspetta di essere perquisito, nascosto tra gli altri ventenni insonni della notte bianca. Neppure ha idea del perché l’abbia portato con sé, quasi fosse un talismano, quell’ingombrante destino di Grossman. Se capitasse che il fato gli volgesse le spalle potrebbe facilmente liberarsi del libro lanciandolo nel fiume, ma come potrebbe giustificare l’oggetto per cui sta attraversando la città a piedi in piena notte, in pieno giorno? 

Il crepuscolo perpetuo illumina poco oltre il Neva la Cattedrale di San Vladimiro: i passi si fanno più leggeri, più veloci, più nervosi. Entra nella chiesa deserta venendo investito dalle zaffate di mirra dell’ultima funzione, alza lo sguardo distrattamente all’icona della Madre di Dio di Kazan’, forse la più venerata in Russia dal tardo medioevo ad oggi. Imbarazzato sorride al quadro, chiedendosi se mai un dipinto avrebbe potuto fare la spia. Individuato il pulpito più piccolo, decorato in foglia d’oro, vi sale, rivolgendosi all’altare; niente segno della croce, è lì per affari, il Signore e la sua combriccola lo perdoneranno. Lentamente si accosta al leggio e gli occhi scorrono sulle pagine del testo sacro miniato lasciato all’attenzione del pubblico all’omelia del giorno; con l’indice inizia a sfogliarne piano le pagine fino all’ultima, scostandola piano dall’oggetto di tanto nascondersi e camminare. 

Fa scivolare dall’ampia busta chiara emersa dal libro un foglio nero, una radiografia d’un femore costellato da microlesioni, quasi un fiume su cui galleggiano a mezz’acqua troppe foglie cadute. Sfiora con un mignolo la sagoma dell’osso sentendo i piccoli solchi incisi sotto il polpastrello, in rispettosa adorazione, seguendo le linee fino ad arrivare a quello che sembra un foro, una bruciatura di sigaretta posta al centro dell’immagine. Forse mai nessuno guardò all’icona di Kazan con altrettanto ardore spalmato tra ciglia e ciglia. Velocemente s’infila quel rettangolo trasparente nel retro dei pantaloni, tra la cintura e la schiena, coprendo tutto con la giacca. Paga per ciò che sta portando via il suo obolo di dieci rubli nella cassetta delle offerte, ironico veicolo di pagamento per il mercato nero, e sparisce dalla porta principale nella luce della notte. Il viaggio fin casa si fa breve; come sempre all’andata non si arriva mai e ripercorrere la strada verso il luogo di partenza è questione di attimi, complice anche la sensazione del fardello d’illegalità che ha addosso. Il licenziamento è ben più che un’opzione, l’arresto ancor di più. Ma la notte è tranquilla, la strada sgombra e il Neva scorre come sempre mentre infila le chiavi nella toppa della porta di casa. Forse l’icona nella cattedrale l’ha preso in simpatia e si è votata alla sua causa, pensa. Serratasela alle spalle, nel più silenzio possibile, sale le scale fino alla soffitta, libera delicatamente dalla stretta della cintura il Rëbra e l’osserva nel controluce della lampadina fioca. Ci soffia sopra, poggia la radiografia su un giradischi acceso e, come ipnotizzato dall’immagine, l’ago vibra sui graffi e il femore sconosciuto lentamente inizia a danzare in cerchi opalescenti nella penombra della camera, quasi uno di quei biancastri fantasmi vittoriani persi nei loro manieri lontani. Sasha chiude gli occhi. Ogni ascolto è prezioso, ogni suono priva irreparabilmente i solchi di fermezza. É una corsa contro il tempo e l’entusiasmo. Accesa una sigaretta si stende sul tappeto fresco del pavimento e tende le orecchie. Forse Dostoevskij aveva ragione su Notti bianche, ribelli e sognatori. E nel buio delle proprie palpebre serrate, solo con sé stesso, osserva le parole pronunciate da una voce maschile apparire e iniziare a vorticare per la stanza col fumo del tabacco: “I look at you all; See the lover that’s sleeping; While my guitar gently weeps; Still my guitar gently weeps”.

La storia dei Rëbra, ad oggi

L’anno è il 1950: nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, Stalin governa con pugno di ferro. Nell’idea di società che il suo totalitarismo ha contribuito a diffondere, ogni singola sfumatura della vita è regolamentata dallo Stato. Ogni forma d’arte compresa. 

Tenendo in conto che la Russia è stata sempre nazione la cui libertà di espressione è recintata con filo spinato e nevrosi, è semplice ricordare che durante il regime di Stalin vennero censurate più creazioni intellettuali e artistiche di quante videro la luce nell’Occidente. Si tappa la bocca a tanti intellettuali e sovversivi, come avviene, è avvenuto e avverrà, con le similitudini e differenze del caso, in ogni altro regime totalitario. Strano come per noi europei la realtà quotidiana di tanti urli alla distopica (o forse realissima) privazione di arbitrio denunciata da Orwell in 1984.

Oltreoceano, negli stessi anni, investito dagli ideali libertari del dopoguerra, il panorama culturale americano esplode, si popola di poeti e cantautori d’alto profilo; una mescolanza di stili e visioni che ancora oggi, rimestandosi, concorrono alla formazione della cultura occidentale contemporanea. Ma come ho già affermato altre volte, gli ideali difficilmente svaniscono senza protestare e, in Europa quanto in Russia, la fame degli studenti crebbe tanto da spingere alcuni a tentare qualcosa di rivoluzionario. Per contrastare la censura del regime, sottilmente inizia a diffondersi il fenomeno dei “Samizdat”, le autoproduzioni; valanghe di pagine, articoli, documenti meticolosamente ricopiati a macchina da scrivere da ribelli amanuensi che marcavano fogli su fogli di idee e carta carbone. Il pubblico dei mercati neri cresce, le idee si diffondono. E come lo scritto, il regime aveva proibito la musica. Nel 1985 il Komsomol, sezione giovanile del partito comunista sovietico, pubblica una lista di interpreti internazionali le cui canzoni erano illegali da riprodurre e possedere. Nei documenti originali si sottolineavano quali pericoli si corressero ad ascoltare specifiche band, tanto più se di origine statunitense. E come reagì la gioventù dell’epoca? Non con la carta carbone, di certo.

La soluzione arrivò dall’Ungheria, in cui i controlli erano meno pressanti che su suolo sovietico. Per quanto la musica, linguaggio universale, volesse oltrepassare la cortina di ferro per mettere piede nella Russia staliniana, copiare e distribuire suoni si era rivelato ben più complesso rispetto ai testi ricopiati a macchina. I russi Ruslan Bogoslowskij e Boris Taigin scoprirono di poter creare riproduzioni clandestine di vinili su fogli sottili, ma l’operazione non prese quota per l’altissimo costo di macchinari e supporti. Almeno fino a quando Bogoslowskij non ebbe un’intuizione rivoluzionaria. E Diede vita ai Roentgenizdat.  

Scavicchiando tra i rifiuti delle strutture ospedaliere, forti di una legge da poco approvata che limitava l’archiviazione di documentazione cartacea nei sanatori, i due giovani si presentano alle porte dell’ospedale, affinando il processo con cui convertire vecchie radiografie in veri e propri vinili tramite un processo rudimentale: un torchio incideva i solchi sulle lastre la cui parte centrale veniva bucata con l’ausilio di un mozzicone di sigaretta acceso. Bohémien al punto giusto. Era possibile però incidere i fogli solo su un lato, non vi comparivano titoli di album, artisti o canzoni; canzoni anonime su ossa anonime. Alcuni dettagli delle radiografie restavano perfettamente visibili, tra scatole craniche, costole, falangi, frammenti di braccia e gambe. La richiesta di Boris e Ruslan rende il personale ben felice di liberarsi dei materiali di scarto infiammabile senza troppe domande, specie dopo alcuni terribili incendi dovuti proprio alla pericolosità dell’accumulo di documenti. Il costo della produzione viene quindi abbattuto, si aggira attorno ad un rublo contro i dischi legali che arrivavano a sei volte tanto. Facile comprendere che lo sviluppo e forse poi la moda della musica di contrabbando ebbero epidemico successo in quasi tutta la Russia civilizzata. Rëbra era il nome affibbiato all’invenzione, un neologismo ispirato alla visione del dolore fisico, impresso sulle lastre, col sottofondo del suono di libertà incisa sulle ossa bianche. Il mercato nero dei roentgenizdat esplose ancora alla nascita della Rock on the bones, una rete di ribelli alla ricerca dell’ennesimo arrivo dagli Stati Uniti, impegnati a scambiarsi contatti di rivenditori alla ricerca continua di nuove uscite. Sviluppate le competenze necessarie e allenata la pazienza, Ruslan e Boris iniziarono a distribuire copie in tutto il paese finché non vennero denunciati alle autorità.

Bogoslowskij per tre volte subì il carcere, nel 1951, ’57 e ’61. La condanna per chi fosse stato trovato in possesso di musica “ideologicamente straniera” era l’immediato licenziamento e la prigione; tra le motivazioni per la censura e per il veto sulla produzione casalinga di incisioni, spiccava quella per cui si stesse seguendo “una moda criminale teppista, che spinge al diffondersi di una subcultura imperversante tra le fila della gioventù sovietica” accusata d’abbracciare troppo apertamente le mode occidentali. Per quanto poco piacevole sappiamo essere le carceri russe, gli anni di carcere non portarono il sovversivo Bogoslowskij a desistere. Nel 1958 la censura dichiarò espressamente illegali i roentgenizdat, ma inutilmente. I dischi erano ormai in ogni casa, in ogni radio, in ogni soffitta in cui uno studente può ritrovarsi a cercare un po’ di speranza nelle parole dei Beatles. La loro produzione avrà termine solo con la diffusione delle prime musicassette, ma faranno parte della storia della resistenza in eterno.

Rendendo per un momento soltanto la questione filosofica, ne L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica lo studioso d’estetica Benjamin ritiene che alcune caratteristiche dell’arte, ossia le nozioni di genio, fantasia, valore eterno e mistero, possano essere sfruttate dai totalitarismi: si recide l’arte dal suo legame con le semplici azioni quotidiane e dalle più tangibili condizioni dell’esistenza, escludendo dalla sua fruizione i cittadini e tutti coloro che artisti non sono. I totalitarismi vorrebbero sfruttare l’esperienza artistica come strumento di controllo delle masse tramite l’“estetizzazione della politica”, ma lo scrittore si propone piuttosto di introdurre una serie di concetti nuovi, inutilizzabili dai totalitarismi e funzionali alla liberazione “rivoluzionaria”.

Nel caso dei nostri Roentgenizda, è il contrasto tra medium tecnologico che garantisce alla musica l’eternità, e l’immagine della nostra fragilità, a farne oggetto di tale interesse. Le radiografie che deformano il suono dei Rëbra diventano metafora brutale della nostra fragilità, della friabilità delle ossa umane a confronto con l’infinito artistico.

Ancora una volta la nostra storia, nella Russia più fredda, permette, dalle difficoltà, la nascita dell’arte più pura. Non solo il contenuto, ma anche il mezzo si fa capolavoro.

Tornando all’autore che apre il mio racconto, Dostojewski ne Le notti bianche scrive: “Un giorno tu ti sveglierai e vedrai una bella giornata. Ci sarà il sole, e tutto sarà nuovo, cambiato, limpido. Quello che prima ti sembrava impossibile diventerà semplice, normale. Non ci credi? Io sono sicuro. E presto. Anche domani.”

Ci siamo ammansiti; adagiati nell’illusione che le nostre libertà siano imprescindibili, assuefatti alla protezione del nostro Articolo 21 della Costituzione, alla grande libertà dei media e della circolazione dell’informazione, che se non ci permettessimo di dare per scontata, ci aprirebbe lo sguardo su tutto ciò che altrove non sarebbe possibile comunicare. La rimozione di una foto su Instagram ci indigna, e subito ci lagniamo dell’algoritmo. E davvero tutto è cambiato. Non riesco a immaginarci felici e liberi davvero, in un mondo impoverito dei Beatles, di Elvis, della Fitzgerald e tanti altri interpreti che non hanno cantato che d’amore e pace,

Serve, con convinzione, ricordare che le nostre libertà sono messe in discussione ogni giorno, che in qualunque momento ce ne potremmo vedere privati, come avviene “altrove”, in paesi che appaiono tanto lontani, ma le cui idee viaggiano pericolosamente. 

Per la libertà si combatte, per il sapere si fatica. Ma ne varrà la pena sempre.

Domenico Porcelli