Nazionalismi feroci ed esasperati, in una lotta senza quartiere, in cui gli uni finivano col pareggiare, anche moralmente, gli altri.

Ernesto Sestan

I massacri delle foibe e l’esodo dalmata-giuliano sono una pagina di storia che per molti anni l’Italia ha voluto dimenticare. Considerato come un problema politico e come una manifestazione di destra, per sessant’anni si è cercato di dimenticare quello che accadde ai confini orientali italiani tra il 1943 e il 1947. Solo diciassette anni fa il Parlamento italiano ha ufficialmente riconosciuto il 10 febbraio quale Giorno del Ricordo, in cui si ricorda una dolorosa tragedia che ha visto scontrarsi nazionalismi esasperati e totalitarismi oppressivi.

Dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943, i partigiani jugoslavi di Tito iniziarono la loro vendetta contro i fascisti, che per molti anni avevano represso le popolazioni slave locali imponendo loro un’italianizzazione forzata. Iniziò così un’ondata di violenza ideologica che colpì i territori dell’Istria, della Dalmazia, della Venezia Giulia. Una feroce e disumana “resa dei conti”, una pulizia etnica indiscriminata nei confronti non solo dei fascisti, ma anche tutti gli italiani non comunisti. Colpevoli solo di essere italiani, vennero considerati nemici del popolo jugoslavo, reclusi in campi di concentramento, torturati e infine gettati, vivi o morti, nei grandi inghiottitoi carsici conosciuti con il nome di foibe.  Si stima che tra il 1943 e 1947 più di 10.000 italiani persero la vita.

Dopo il trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, con cui venivano assegnate alla Jugoslavia le terre italiane di Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, circa 350 mila italiani furono costretti alla fuga. Iniziò così l’esodo dei cittadini italiani che dalle loro terre natali partivano per raggiungere l’Italia. Una madrepatria che però non li voleva. Il convoglio ferroviario, carico di esuli italiani, che da Pola partiva per raggiungere Ancona, fu offensivamente definito “treno della vergogna”, o peggio “treno dei fascisti”, a testimonianza della disinformazione e del contesto estremamente politicizzato e ideologizzato in cui tale vicenda si consumò.

Oggi, in data 10 febbraio, si conserva e si rinnova la memoria della tragedia degli italiani vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati. Questo dolore per tanti anni taciuto è oggi patrimonio nazionale, parte della nostra storia nazionale, capitolo incancellabile che ci ammonisce sui gravissimi rischi del nazionalismo estremo, dell’odio etnico e della violenza ideologica eretta a sistema.

Eleonora Germano