La Repubblica dello Yemen nasce nel 1990 a seguito della riunificazione tra due entità: da una parte la Repubblica Araba dello Yemen, situata nel nord del paese e succeduta nel 1962 al Regno Mutawakkilita, la monarchia assoluta che colmò il vuoto lasciato dalla dissoluzione dell’Impero Ottomano e supportata dall’Arabia Saudita e dalla Giordania, e dall’altra parte la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, che, resa indipendente dal Regno Unito nel 1967, si diede immediatamente una costituzione di stampo espressamente marxista, legandosi fortemente all’URSS, Cuba e Cina.

Secondo i dati della Banca Mondiale, lo Yemen ha circa 29 milioni di abitanti. La sua popolazione è la più giovane fra quella dei Paesi del Golfo, è alfabetizzata solo al 70% e si concentra al di fuori delle città, con un tasso di urbanizzazione fermo al 35%. Allo stesso tempo è anche il paese più povero della regione e si colloca agli ultimi posti nella classifica dell’Indice di sviluppo umano dello United Nations Development Programme. Ad esempio, solamente una persona su due ha accesso a fonti di acqua potabile e ciò contribuisce al diffondersi di malattie come il colera. Questo quadro socioeconomico non può prescindere dalla contestualizzazione in un particolare contesto politico e giuridico, quale quello yemenita, in cui prospera diffusa insicurezza e instabilità a seguito dello scoppio di una guerra civile che si protrae dal 2015, nonché dalla presenza di organizzazioni terroristiche come AQAP (successivamente Ansar al-Shari’a) e ISIS.

Prima di analizzare il tema principale di questo articolo, ovvero la guerra civile e i vari legami regionali e internazionali degli attori coinvolti, credo sia importante presentare brevemente l’ordinamento costituzionale e riportare i principali indicatori sullo stato della democrazia. Secondo la Costituzione del 1991, lo Yemen è una Repubblica presidenziale composta da 20 governatorati, da ciò discende l’elezione diretta del Presidente, Capo dello Stato e del governo, svincolato da un rapporto di fiducia parlamentare. Il parlamento è bicamerale ed è stato storicamente dominato dal partito CGP (Congresso generale del popolo), alla cui guida vi fu ‘Ali ‘Abd Allah Saleh, eletto nel 1994, nel 1996 e nel 2006. Secondo Freedom House, una ONG che monitora gli indici democratici nel mondo, lo Yemen figura tra i peggiori stati per performance democratica, sicuramente peggiorata in seguito allo scoppio della guerra civile e la relativa crisi umanitaria. Tuttavia, i precedenti governi erano già accusati di corruzione e autoritarismo, da cui discendono mal governo generalizzato e scarso controllo sul vasto territorio, teatro di diverse insurrezioni negli anni 2000, a guida di vari gruppi di ribelli, tra cui gli Houthi nel nord del Paese al confine con l’Arabia Saudita e il movimento separatista del Sud.

Veniamo ora alla guerra civile. L’ondata rivoluzionaria che colpì i paesi arabi nel 2011 ebbe conseguenze molto importanti anche in Yemen, dove il Presidente Saleh fu costretto a dimettersi e lasciare spazio al vicepresidente Hadi, confermato alle elezioni del 2012 in cui espresse la volontà di revisionare la Carta costituzionale. Il tentativo di revisione costituzionale presieduto dalla Conferenza di dialogo nazionale fallì a causa della ribellione degli Huthi, sciiti zaiditi, che nel 2015 invasero la Capitale Sana’a e occuparono le istituzioni, provocando la fuga di Hadi verso il sud, precisamente ad Aden, dove costituì una sorta di “governo in esilio” che ottenne il riconoscimento della Comunità internazionale. Date le precarie condizioni economiche di partenza del Paese, la guerra ha acuito una gravissima crisi umanitaria per via dell’estrema difficoltà logistica nel recapitare gli aiuti internazionali. Come si legge su Sicurezza Internazionale, tra i paesi maggiormente coinvolti nella ricerca della pace risulta esserci l’Arabia Saudita, sostenitore di Hadi dal primo momento, che per paura di perdere influenza nella regione a scapito dell’Iran (Sciita, sostenitore degli Houthi) ha patrocinato sia gli Accordi di Stoccolma del 2018 per la pacificazione del “fronte settentrionale”, sia gli Accordi di Riad del 2019 con i separatisti del sud, cioè il Consiglio di Transizione Meridionale (STC). 

Tuttavia, la questione più impellente rimane la risposta alla crisi umanitaria, definita dall’ONU la peggiore al mondo. In aggiunta alle 230.000 vittime del conflitto, di cui poco meno della metà colpita direttamente dalla guerra e il restante a causa delle sue conseguenze, le prospettive per il 2021 sono estremamente pessimistiche, in quanto «l’80% della popolazione yemenita, che in totale conta circa 30 milioni di persone, necessita di forme di aiuti o protezione, circa 13,5 milioni di yemeniti affronterebbero uno stato di insicurezza alimentare e 16.500 persone già vivrebbero in condizioni di carestia» (Sicurezza Internazionale, 2020). Previsione aggravata dalla decisione dell’Amministrazione Trump risalente al 10 gennaio 2020 di designare gli Houthi come un’organizzazione terroristica. Una scelta fortemente criticata da numerose organizzazioni umanitarie, poiché tale status impedirebbe il regolare rifornimento nei territori occupati dai ribelli, che verrebbero ancor di più colpiti da eventuali sanzioni economiche.

Alessio Corsato