Gli Italiani in questi giorni difficili hanno assistito a una di quelle più comunemente chiamate “manovre di palazzo”. In realtà, ciò che è accaduto tra mercoledì 13 e giovedì 14 gennaio 2020 nelle aule parlamentari, è uno dei rischi a cui sono esposti tutti i Governi della nostra democrazia. 

Tutto inizia con il dissenso di Italia Viva, una piccola ma cruciale fetta della maggioranza formatasi da una scissione del Pd, rispetto a molte scelte del Governo, in particolare in merito al Recovery Fund. Risalgono già a diversi giorni fa le critiche di Matteo Renzi al piano di investimenti da presentare all’Unione Europea. Le accuse riguardano sia questioni di merito che di metodo. Sul piano metodologico, è stata fortemente rimproverata all’esecutivo la volontà di nominare una squadra di super-consulenti e manager per redigere il Recovery Plan in sostituzione a un vero dibattito parlamentare. Il piano sarebbe stato infatti presentato in forma riassuntiva con un documento di tredici pagine, non approvato in Consiglio dei Ministri a causa dell’assenza causa Covid-19 del ministro Luciana Lamorgese. Riguardo invece alle questioni di merito, l’ex Premier fiorentino insieme ai ministri Bellanova e Bonetti hanno disapprovato gli scarsi sostegni al mondo del lavoro in favore dell’elargizione di bonus a pioggia che però non creano benessere nel lungo periodo. È proprio questo il punto fondamentale che riassume la politica di Iv, ovvero “il dramma del Governo senza visione del futuro”. La visione del Paese dovrebbe essere condivisa con il Parlamento o quantomeno con i ministri, esclusi e sostituiti, a loro dire, dai tecnici. Tra gli elementi che non soddisfano Renzi possiamo citare anche la mancata adesione al famoso Mes, bloccato dall’avversione ideologica del Movimento, così come la debole condanna dei fatti di Capitol Hill d’oltreoceano. 

Qualunque siano state le motivazioni, sono state sufficienti a spingere i ministri Teresa Bellanova ed Elena Bonetti e il sottosegretario Ivan Scalfarotto a rassegnare le dimissioni dagli incarichi di Governo, aprendo formalmente una crisi politica. È iniziata rapidamente una pioggia di critiche, sui social, in tv, in Parlamento, che hanno qualificato come irresponsabili gli uomini e le donne di Iv per aver dato luogo a una crisi in piena pandemia. I parlamentari renziani si sono difesi sostenendo che sono stati offerti loro maggiori incarichi nell’esecutivo, che però hanno rifiutato perché “non interessati alle poltrone”. Per provare questa tesi esibiscono le dimissioni delle ministre come “atto di libertà” definendosi così come i veri “responsabili o costruttori”. “Non abbiamo negato i pieni poteri a Salvini per darli a Conte” disse Matteo Renzi non molto tempo fai. Inoltre, il fondatore di Iv, nel corso della conferenza stampa pre-crisi, ha esordito: la democrazia o è sempre, o non è”, quasi a giustificare e legittimare la messa in discussione della permanenza in carica del Governo Conte bis. 

La risposta dell’esecutivo e della restante maggioranza è rapida e immediata. Per il M5S, Renzi “non avrà mai più nulla a che fare con questo Governo”, mentre il Pd si dice deluso e particolarmente dure sono state le parole del vicesegretario Andrea Orlando. Il Presidente Conte invece afferma come non abbia permesso ai “disertori” di danneggiare l’immagine del suo operato, ricordando gli straordinari risultati dell’Italia con il piano di vaccinazione e quelli ottenuti in Europa. Non dimenticatosi di lodare l’operato dei propri ministri.

Nonostante ciò, rimaneva il problema di una maggioranza parlamentare in grado di tenere in vita l’esecutivo. Così il Governo ha posto la questione di fiducia sulle risoluzioni n. 6, discussa lunedì alla Camera, e n. 1, discussa martedì in Senato. In entrambi i casi è stata riconfermata, seppur risicata, con non poche difficoltà e dopo lunghi dibattiti. Nella prima votazione, alla Camera, il Governo disponeva già di più parlamentari, essendo il gruppo di Iv meno rilevante che nell’altro ramo del Parlamento, ma sono stati comunque importanti i voti di alcuni membri del gruppo di Forza Italia che hanno votato Sì a Conte, nonostante la conseguente espulsione dal partito. Al Senato, invece, la situazione era molto più incerta, dato che Leu, Pd e M5S non disponevano della maggioranza. La votazione, infatti, si è conclusa con l’approvazione della risoluzione ma senza la maggioranza assoluta, che invece garantisce una buona governabilità e che al Senato è fissata a quota 161 senatori. Sono stati decisivi i voti di due senatori a vita (Monti e Segre) e di due senatori, sempre di Fi, che hanno votato la fiducia al governo. In entrambe le votazioni i gruppi di Iv si sono astenuti e la votazione al Senato si è conclusa con 156 favorevoli, 140 contrari e 16 astenuti. 

Il Governo è diventato, di fatto, un “Governo della non sfiducia” finché non allargherà, se riesce, il proprio sostegno. Non sono mancate critiche da parte di coloro che sono sempre stati all’opposizione, i partiti di centrodestra, che in entrambi i rami del parlamento hanno respinto con forza le affermazioni dell’inquilino di Palazzo Chigi. Giorgia Meloni (FdI) si è addirittura rivolta ai banchi dell’esecutivo chiamando il Presidente “avvocato Conte”, come se non lo riconoscesse nel suo ruolo. L’intera opposizione ha preso saldamente posizione contro il così detto “mercato dei senatori”. Mi preme però sottolineare la dialettica utilizzata da Salvini e Meloni, fortemente incentrata sull’accaparrarsi il consenso popolare prima di quello parlamentare. È emblematico in tal senso l’utilizzo ridondante delle parole “cittadini” e “Patria” come se fossero soggetti o destinatari dei messaggi pronunciati di fronte al legislativo. Viene da dubitare se questi atteggiamenti, di maggioranza e opposizione, avrebbero potuto consentire di dar luogo a un Governo di unità nazionale. È interessante valutare la posizione di astensione assunta da Iv, giacché con essa il micro-partito può tenere in ostaggio l’intera maggioranza minacciando un possibile voto contrario al Senato. 

Alla luce di queste vicende non possiamo non domandarci se l’assetto istituzionale italiano necessiti di innovazioni. Al di là delle questioni di merito, è mai possibile che un partito che gode di una cinquantina di parlamentari, peraltro eletti altrove, e di un consenso popolare del 2% possa mettere in discussione un esecutivo che rappresenta quasi la metà dei cittadini? E ancora, possiamo accettare che due camere siano titolari, in egual maniera, del rapporto fiduciario? Il Presidente del Consiglio può ancora essere considerato un primus inter pares? La risposta a queste domande è tangente sia a questioni politiche che di diritto costituzionale. La forma di governo parlamentare è probabilmente quella che garantisce maggior partecipazione collettiva alle scelte che ci riguardano. La nostra tradizione democratica è lontana da quella americana o britannica, ma nelle altre grandi democrazie penso ci siano elementi interessanti per risolvere i nostri problemi. Si pensi al modello tedesco: la Merkel è cancelliere federale da quindici anni. Le ragioni di tanta stabilità non penso siano dovute solo a fatti politici, trattandosi comunque di un Governo che mette d’accordo più forze parlamentari. Probabilmente istituti come la sfiducia costruttiva hanno dato un importante contributo alla permanenza in carica dell’esecutivo. Si pensi poi al bicameralismo perfetto, che obbliga ciascun inquilino di Palazzo Chigi a cercare una maggioranza in due assemblee uguali per funzioni ma, spesso, diverse per elettorato attivo. Tutte queste ipotesi di riforma impedirebbero alle piccole forze politiche di aprire una crisi senza pensare a un’alternativa, permettendo comunque l’esercizio dei diritti e dei doveri di indirizzo e controllo. L’istituzione di una singola camera fiduciaria semplificherebbe le leggi elettorali, che troppo spesso non riescono a determinare un premio di maggioranza che coniughi rappresentatività e governabilità. Queste questioni, che sembrano così lontane al popolo, stanno alla base anche della crisi del Governo Conte e, forse, solo quando si prenderà coscienza delle innovazioni che necessita l’ordinamento costituzionale allora queste entreranno nell’agenda politica dei partiti, al momento troppo occupati ad accaparrarsi una manciata di senatori. 

Marco Lombardo