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Giovanile, semplice, d’impatto. Erano questi gli unici ingredienti che avevo a disposizione per condire una pietanza, di fatto, già bell’e pronta. LED era lì, con una sua identità, con il suo significato unico ed ambiguo.

Lui guardava me, io guardavo lui. Fin quando non decisi di schiaffarlo su quella tavola di lavoro bianca. Ci volle un attimo, poi, per chiuderlo nel cerchio del suo “piatto da portata”. Adesso era flat.

Un altro cuoco non avrebbe perso altro tempo per il suo significante: un bel bulbo ad incandescenza avrebbe ben rappresentato l’idea di LED.

E in un gesto si sarebbero consumate la bellezza di due contraddizioni.

Il led è «la nuova luce del XXI secolo» come è stata definita nel 2014 nelle motivazioni al Nobel per i suoi inventori. Nulla sarebbe c’entrato, dunque, il simbolo della lampadina a incandescenza che il buon Edison progettò nel lontanissimo 1878.

LED, poi, non è certo il marchio di una impresa di lampadine, ma è la testata di un nuovo prodotto editoriale: il logo non doveva pertanto rinviare all’idea di “lampadina”, bensì al concetto di “chiarezza”.

Pur tuttavia, mi concessi la licenza di mediare l’esigenza di chiarezza (dando rilevanza al testo, bello corposo) con quella di rinviare ad un oggetto concreto.

Lì fu la folgorazione: avvicinando le ultime due lettere, è stato possibile, infatti, rintracciare nella D l’immagine di un diodo con i due connettori (gli spazi della lettera E). E per di più, dargli anche l’effetto di luminescenza senza impiegare spezie particolari o effetti speciali.

L’idea era venuta dal passato stavolta: secondo una regola della percezione visiva, impiegata come tecnica pittorica anche nel Puntinismo (parliamo di fine ‘800), un colore primario (blu) giustapposto al suo complementare (arancione) crea un effetto di reciproca esaltazione delle tonalità.

Fu allora che LED, con un sobbalzo di gioia, mi costrinse a dargli un’ombra. Glielo concessi.

E il piatto fu servito.