Era il decennio tra gli anni ‘60 e ‘70, quello del baby boom, d’un benessere ritrovato e dei pattern acidi e psichedelici in tinta coordinata. Il perfetto stereotipo di mamma casalinga può finalmente restare a casa a badare agli stereotipatissimifigli mentre il marito lavoratore è in ufficio, incarnando perfettamente il prototipo antifemminista di famiglia che siamo per fortuna avvezzi a pensare sorpassato, e solo grazie ad anni di battaglie. Ma sono ancora gli anni ‘60, le lotte per i diritti civili sono alle porte ma in qualche modo lontane, e gli elettrodomestici si moltiplicano nell’ottica di rendere confortevole la vita delle signore, che possono abitare la cucina con la prole ma senza troppo affaticarsi nelle faccende domestiche, e con magari in sottofondo il ronzio del tubo catodico e i dialoghi dei primi programmi televisivi di cucina.

Al di fuori delle frequenze, l’arte culinaria aveva una firma soltanto: quella di Lisa Biondi. Massaia d’ogni cucina, fin dagli anni della ripresa economica dispensa consigli e ricette alle colleghe cuoche italiane. Il nome della signora si ripropone sulla copertina di centinaia di ricettari, osservandoci spavalda da illustrazioni sempre simili: tipica bellezza candida, perfetto cliché della donna ideale del tempo, un sorriso stampato in volto, pulita, pudica, mai un capello fuori posto, una parola di troppo o un arrosto bruciato. 

Esemplare abitatrice della cucina, fedele padrona di casa dal viso di Grace Kelly contornato da biondissimi e cotonatissimi capelli. Lisa si fa strada ovunque, discorre scioltamente alla radio, scrive sulle più note riviste di gastronomia riunendo le sue ricette in libretti omaggio per gli acquirenti di alcuni tra i più noti prodotti dell’epoca, dalla maionese Calvè al dado Knorr, passando per la pentola a pressione Lagostina. Un tale angelo del focolare, compagna e amica di milioni di italiani, ci incoraggia ad abbandonare gli ingredienti più classici e abbracciare fiduciosamente il fenomeno dell’industrializzazione. Così il consiglio di Lisa diventa presto necessario, il suo timbro d’approvazione fondamentale per fidarsi d’un marchio. C’è un unico particolare che alle italiane sfugge: Lisa Biondi non esiste.

Torniamo per un istante soltanto al presente. Scavicchiando tra i libri che ho in casa, attività che mi vede impegnato più spesso di quanto mi piaccia ammettere arrampicato tra librerie e scaffali, mi son ritrovato tra le mani un libricino di ricette dritte dritte dagli anni ‘70, colmo d’immagini sbiadite, descrizioni di intingoli improbabili trascritte in font terribili, e il tutto a nome di una certa signora Biondi. Devo ammettere che non le trovo degne da essere eseguite per una cena, una colazione o un qualunque altro pasto, tra gelatine e ondate di maionese, ma effettivamente i gusti cambiano con le generazioni. Mancando la pagina relativa a data di pubblicazione e biografia dell’autrice, nemmeno so spiegare perché abbia sentito la necessità di ricercare informazioni aggiuntive su un testo che sembrava tutt’altro che interessante o poter nascondere una storia tanto assurda. Subito mi è apparso sul motore di ricerca il nome di Lydia Salvetti, autrice di Cucina Leggera in Pentola a Pressione Lagostina. Fu parte del Collettivo Lisa Biondi, con a capo l’allora magnate della margarina Gradina. “Gran signora ed esperta gastronoma, unica fra le interpreti del ruolo Lisa Biondi a essere conosciuta dal vivo in televisione, spot pubblicitari, telefono e libri ancora in circolazione”, riporta il sito. Ma di Lisa, appunto, nessuna foto, semplicemente perché non è mai esistita. 

Dietro al suo nome si nascondeva una think tank di esperti senza nome, probabilmente voluta dallo stesso Van Den Bergh della margarina, convinto che servisse a pubblicizzare i suoi e altri mille prodotti un volto meritevole di fiducia con cui empatizzare. Il tutto non è che un’operazione di marketing studiatissima, la stessa a cui assistiamo senza nemmeno averne conto su base giornaliera; basta pensare al colonnello del KFC, ad Uncle Ben o al più vicino Capitan Findus: pantheon di marchi, personaggi, volti che con la Biondi condividono il fine ma che a differenza sua abbiamo sempre saputo essere fittizi. 

Lisa all’epoca era reale, realissima. Saperla in qualche cucina italiana a realizzare i suoi piatti per la sua sottintesa famiglia, ovviamente felice all’esasperazione, portava empatia e il desiderio d’una vita simile e altrettanto ideale. Persi nell’idea che per essere altrettanto soddisfatti si dovesse costruire una realtà personale analoga, si sente la necessità di riscoprirsi nello stereotipo rappresentato dalla Lisa cuoca, casalinga, moglie, madre. Pian piano l’idea si mischia ai pensieri del compratore, che fidandosi della vision creata, acquistava non solo gli alimenti sponsorizzati ma anche gli utensili con cui lavorarli percependoli come necessità. Solo successivamente, con lo scemare della fama di Lisa e con la normalizzazione dell’industrializzazione, della meccanizzazione dei mezzi di produzione e degli ingredienti, questa scomparve dalla circolazione consapevole di aver apportato un cambiamento definitivo alle abitudini fondanti dell’alimentazione d’una nazione intera. 

Pensateci un secondo. Fu necessario un adeguatissimo gruppo di esperti pubblicitari, cuochi, psicologi e finanziatori per riuscire tramite empatia e modus pensandi ad associare a un volto la relativa idea, convincendo l’abitante medio della cucina a potersi fidare d’un prodotto specifico. Siamo tutti ormai abituati, quasi assuefatti, dall’acquistare ciò che necessitiamo dai supermarket, eppure, il concetto di one stop shopping, del “tutta la spesa sotto lo stesso tetto”, è relativamente nuovo. 

Permettiamoci allora un breve excursus alimentare: i primi frigoriferi elettrici a uso familiare nascono negli USA nel 1921, nel ’24 vengono invece immessi sul mercato i primi alimenti surgelati e nel ’40 nasce il forno a microonde. Sarà solo negli anni 50 e 60 che la società si trasforma da rurale-artigiana a urbano-industriale. Assisteremo allora al boom economico, determinato dall’aumento del reddito pro capite e dal conseguente maggiore consumo dei cosiddetti cibi ricchi, facilitato dall’invenzione dei primi elettrodomestici e dall’apertura dei primi supermercati, che rendono possibile reperire facilmente alimenti provenienti da ovunque. Contrarie a tali comodità si posero poi le proteste degli anni ‘70, che produssero un calo drastico nei consumi, tra austerità causate dalla crisi energetica e proteste studentesche, che associate alle lotte femministe, importano un nuovo modello famigliare e ruolo lavorativo per la donna, togliendo tempo alla preparazione alimentare domestica e privilegiando alimenti semplici e di facile preparazione. Enorme oltretutto il gap a cui il genere femminile deve adeguarsi: nonostante la guerra le avesse rese principale forza lavoro per sopperire alla mancanza di uomini, partiti per il fronte, al loro ritorno al termine dei confitti queste si ritrovano nuovamente confinate alla cucina, impossibilitate al lavoro e a una anche lontana indipendenza economica. Chiuse in casa, sottoposte ai bombardamenti degli advertisement continui di televisioni e radio, che inneggiano alla bellezza delle attività domestiche, da ogni fronte arriva la spinta a farsi comprare da un intero universo di prodotti nati dalla produzione di massa. Di nuovo si ritrova pedina, protagonista della convinzione che la vede oggettificata, stavolta quale consumatrice, e costretta a inseguire ciò che uomo e società vogliono che sia, riempiendo d’inquietudine e rabbia l’apparente felicità che le si vorrebbe imporre.

È frutto di tale contesto la facilità d’accettazione di alimenti “esterni”, differenti dalla materia prima maggiormente conosciuta e lavorata in casa, così diversa dal prodotto visto col cattivo occhio che solo chi crea tutto di propria mano, nella sicurezza della tradizione, sa dedicare ai prodotti di fabbrica. Solito vecchio scontro tra vecchio e nuovo, tra consuetudine e innovazione. E se vi servisse prova ulteriore dell’impegno necessario all’impresa, basti ricordare che Lisa non soltanto scriveva: è facile far passare un personaggio fittizio per esistente nascondendolo dietro alla pagina scritta. La semplice lettura giustifica a volte il non necessitare l’autenticazione della fonte, in particolar modo se poco rilevante quale quella di un ricettario; la scrittura è mezzo d’informazione indiretto nel rapporto con l’autore, non è quasi mai certo chi effettivamente scriva un determinato testo. Eppure, la Biondi, o quella che credevamo esserlo, era spesso protagonista d’interventi radiofonici o televisivi, interpretata da attrici che impersonassero l’amica, la madre, la sorella di milioni di cittadini dello stivale. Forse un po’ quel concetto italianizzato del modo di dire della cultura oltreoceano “fidanzatina d’America”; Geniale eppur inquietante. 

La nostra eroina immaginaria non era comunque una mosca bianca. Neppure l’altrettanto conosciuta Petronilla esisteva. L’esperta di cucina che aveva la sua rubrica su La Domenica del Corriere negli anni ‘40 era in realtà Amalia Moretti Foggia, curatrice di diverse rubriche ognuna firmata con un proprio pseudonimo. Ogni sua ricetta è introdotta e conclusa da momenti di vita familiare della risparmiatrice Petronilla, influenzata dall’autarchia del secolo, ma dietro almeno vi era un unico volto e non un intero team d’esperti. 

Immagino che se avessi la possibilità di raccontare la storia di Lisa, Petronilla e chissà quante altre donne immaginarie a mia nonna, questa griderebbe al tradimento. Eppure, è grazie a fenomeni analoghi che possiamo vantare tavole e ricette zeppe di alimenti un tempo impensabili e oggi di semplice reperimento. Uno sguardo di riconoscenza allora a chi ci abbia permesso, nel bene e nel male, e pur arricchendocisi sopra, di poter scegliere tra il prodotto industriale e quello di più semplice lavorazione. E mi trovo a chiedermi se tale fenomeno oggi sarebbe riproducibile, senza sapermi dare risposta. É vero che oggi più di ieri la fonte dell’informazione è sempre meno verificata e i catfish sempre più diffusi, ma allo stesso tempo riscontriamo quanto sia semplice scovare informazioni fondamentali su chiunque. 

In ogni caso, la prossima volta che prenderete in prestito un libro di cucina dalla casa di nonna, mamma, zia o chi vogliate, ovunque leggiate il nome di Lisa o vediate una bella signora bionda intenta a cucinare un qualche piatto con decisamente troppa maionese dalla sua copertina satinata, sappiate che state probabilmente leggendo le parole di un fantasma. Che state fissando più un’ombra di un ideale passato che un viso, il prodotto di un team d’esperti che scrissero unicamente per far sì che tanti prodotti arrivassero, rinnovati ma sempre uguali, sulle nostre tavole. 

Dalla diffidenza alla normalità.

Dalla ricetta alla cucina.

Da un ricordo, a una realtà moderna.

Domenico Porcelli