La storia dell’Africa, sin dall’avvento dei coloni europei, è stata turbata da episodi di ingiustizia e mutilazione della verità, alternati a più o meno effimeri periodi di pace e stabilità. Anche dopo che il processo di decolonizzazione fu completo, gli europei continuarono a mantenere i loro tentacoli sul territorio africano, decidendo arbitrariamente i confini delle nazioni e cercando, senza sosta, di influire sulle elezioni o sui mutamenti politici dei paesi su cui una volta dominavano.

Tali influenze erano volte, semplicemente, a individuare il candidato o la personalità più rassicurante o, ancora, che fosse ritenuta la più amichevole nei confronti delle prerogative europee, specialmente in termini di sfruttamento delle risorse naturali.

Lo scenario che questo intervento vuole analizzare è quello che ebbe luogo in Congo, poco dopo la cacciata dei belgi e l’indipendenza del paese nel 1960.

Quando i congolesi furono chiamati a votare per eleggere l’assemblea nazionale, a indipendenza non completamente avvenuta, nella regione del Katanga si affermò il CONAKAT (Confederazione delle associazioni tribali del Katanga) di Moise Ciombe, che aveva come diretto avversario il partito BALUBAKAT (Associazione generale dei Baluba del Katanga), che appunto rappresentava gli appartenenti alla tribù dei Baluba.

Nel resto del paese, i vincitori furono il Movimento Nazionale Congolese di Patrice Lumumba e il Partito Solidale Africano (PSA) di Antoine Gizenga.  I due soggetti politici si coalizzarono ed elessero Lumumba come Primo Ministro del paese.

Il Congo divenne ufficialmente indipendente dal Belgio il giorno 30 giugno del 1960, ma le autorità che avrebbero dovuto prenderne le redini erano profondamente divise e discordanti. La regione congolese del Katanga era la più ricca del paese, con abbondanti risorse minerarie estratte dalla Union Minière du Haut Katanga, una compagnia mineraria belga.

Approfittando della situazione, Moise Ciombe dichiarò, con il supporto della Union Minière, l’indipendenza del Katanga dal Congo, che si costituì stato autonomo: iniziò a stampare moneta, costituì un proprio esercito (in gran parte composto da mercenari europei, tra cui anche personale italiano), creò un inno e una bandiera propria. 

Il Congo, in quel momento, era spaccato in tre: da un lato Patrice Lumumba e il suo governo, dall’altro le forze del Governo Popolare di Antoine Gizenga, dichiaratamente filocomunista (dunque supportato militarmente ed economicamente dall’Unione Sovietica) e lo Stato del Katanga di Moise Ciombe, appoggiato segretamente dai belgi. 

Malgrado le Nazioni Unite avessero risposto con la creazione di una missione militare (ONUC, Operation des Nations Unies au Congo), l’invio di numerosi contingenti militari (i c.d. Caschi Blu) e i tentativi di arginare il conflitto non impedirono lo scoppio di una guerra civile che perdurò fino al 1965. Quell’anno, infatti, fu siglata la pace, comunque destinata a essere breve.

Il Katanga di Ciombe, inizialmente, resistette strenuamente a ogni tentativo militare teso a riannetterla al territorio congolese, arruolando forze sia dai paesi circostanti che dall’Europa, da dove provenivano anche cospicui aiuti economici, mercenari qualificati e addestratori militari professionisti.

Nel 1961 vi fu, tuttavia, una svolta: i caschi blu dell’ONUC avanzarono a piè sospinto verso la capitale katanghese di Elizabethville, e la occuparono dopo aspri combattimenti durati giorni. In seguito, una dopo l’altra, tutte le città più importanti del Katanga furono occupare dalle forze ONU, mentre proseguivano i negoziati tra Ciombe e U Thant (Segretario Generale dell’ONU a quel tempo). Iniziarono a essere comminate aspre sanzioni internazionali contro il Katanga che spinsero Ciombe ad abbandonare i negoziati.

Mentre le ultime roccaforti katanghesi cadevano inesorabilmente sotto i colpi dei soldati ONU, i miliziani katanghesi scapparono in Angola, dove furono accolti dalle autorità portoghesi, e Ciombe fuggì dal paese prima verso la Rhodesia e poi in Spagna.

Dopo un anno dalla completa riannessione del Katanga al territorio nazionale congolese, Ciombe ritornò in patria e fu eletto Presidente nel luglio 1964. Il suo mandato durò da allora fino all’ottobre del 1965, quando fu estromesso da un colpo di stato ordito dal generale Mobutu Sese Seko, che rimase al potere fino al 1997.

Anche durante l’era di Mobutu, malgrado il capillare controllo e la forte repressione, la regione del Katanga fu teatro di un tentativo di secessione che, anche in questo caso, fallì.

La vicenda che ha coinvolto il Katanga è solo uno dei tasselli che compongo il triste puzzle presente nel continente africano, fatto di interessi stranieri, conflitti tribali e controversie territoriali mai sopiti. 

In un’epoca come quella della Guerra Fredda, in tali scenari trovavano terreno fertile le politiche di influenza di Unione Sovietica e Stati Uniti: entrambi interessati a guadagnare sostegni e appoggi nel mondo, non esitavano a finanziare e promuovere campagne politiche o militari di personaggi dalla dubbia moralità, militari senza scrupoli, politici corrotti o cittadini particolarmente bramosi di potere.

Il problema, però, era che quell’elezione vinta dal proprio candidato significava sì uno stato in più che avrebbe gravitato nella propria orbita, capitalista o comunista, ma per i cittadini avrebbe potuto dare la stura a lunghi periodi di violenze, nefandezze e povertà.

Lorenzo Giudice