Intervista al Professore Pierluigi Matera, Ordinario di Diritto comparato presso la Link Campus University e di Corporate Law all’università Luiss Guido Carli, esperto di M&A e di executive compensation

Per colmare il divario di genere nelle posizioni manageriali e cambiare una società che penalizza le donne, la “vecchia” Europa è stata pioniera nell’introduzione delle quote rosa, un sistema normativo che garantisce alle donne un numero minimo di posti negli incarichi dirigenziali, professionali e politici. Grazie a tale meccanismo, che cerca di combattere le discriminazioni di genere, la presenza di donne nei consigli di amministrazione delle aziende del continente è notevolmente aumentata negli ultimi 10 anni, superando il Nord America e il resto del mondo, dove il quadro dirigenziale risulta ancora fortemente disomogeneo. Pertanto, sulla base di questi progressi che hanno incrementato significativamente la rappresentanza femminile nei board, è oggetto di discussione la questione per la quale sia effettivamente necessaria una maggiore pressione normativa affinché si possano favorire le minoranze di genere anche negli altri paesi, dove non è stato ancora introdotto un adeguato numero di provvedimenti. 

Abbiamo sentito il parere del Professore Pierluigi Matera per riflettere sulle modalità con cui si può raggiungere la parità di genere nei consigli di amministrazione.

Secondo lei, è più valido il modello europeo con le disposizioni per le aziende a incrementare la presenza delle donne nei cda, oppure risulta più opportuno lasciare libere le società di scegliere i componenti delle board in base alle esigenze dettate dalle leggi del mercato, secondo il modello americano? “Il cambiamento che occorre per vincere ogni discriminazione di genere anche nelle aziende è di tipo culturale, ovviamente. Ma spetta alla leggi – come ci insegna Platone – il compito di formare le coscienze dei cittadini. Il modello europeo mi sembra spinga in questa direzione. Non è la soluzione ma serve a creare spazi, a vincere pregiudizi. Certo, le quote possono apparire concettualmente offensive e possono finanche favorire selezioni non efficaci. Ma sono una misura necessaria a vincere resistenze culturali antiche, talvolta difficili da scardinare. Anche negli Stati Uniti si sta gradualmente adottando questo modello, quantomeno negli Stati più liberali – e si badi bene, questo è un segnale non da poco, se si considera che gli Stati Uniti sono tradizionalmente assai meno inclini a questo tipo di interventi, perché per alcuni versi lì ancora resiste il mito del mercato, della “forza creatrice del volere liberato dalla ragione”, vaga e desolante volgarizzazione dell’irrazionale dionisiaco di nietzschiana memoria”.

Quali sono secondo lei le ragioni che potrebbero favorire il raggiungimento della parità di genere nelle posizioni manageriali? “Sul punto, sono fermamente convinto di due cose: la prima è che dovrebbero implementarsi quegli studi che disvelano come la diversità di genere nei cda porti varietà e ricchezza, equilibrio e competenze, tanto che le società guidate da board con adeguata presenza di parità di genere registrano performance migliori. Le ragioni del business sono spesso più forti di altri tipi di riflessioni: in questo caso, anche tali motivazioni suggeriscono l’opportunità di incrementare il numero di donne nelle boardroom. Ecco, intendo dire che questo genere di analisi dovrebbe trovare più spazio e diffusione – anche perché sono ricerche che certamente non possono essere liquidate (superficialmente) come militanti”.

Ritiene che questo cambiamento in favore della gender parity debba essere anche di tipo culturale e coinvolgere le nuove generazioni? “Il cambiamento necessario per vincere ogni discriminazione di genere è di tipo culturale, ma spetta alla legge il compito di formare le coscienze dei cittadini. Il modello europeo sembra spingere in questa direzione. Non è la soluzione ma serve a creare spazi e a vincere pregiudizi. Certamente le quote possono apparire offensive e possono anche favorire selezioni non efficaci, ma sono necessarie a vincere resistenze culturali antiche, difficili da eliminare.

Sono anche convinto che il tempo farà la sua parte – o almeno lo spero, perché il progresso nella storia non deve mai essere dato per scontato, viviamo in tempi assai strani. Ho l’impressione (o forse solo l’illusione) che i pregiudizi di genere appartengano a mentalità ormai superate. Non vedo molto spazio tra le nuove generazioni per nonsense di questo tipo. Non bisogna abbassare la guardia né smettere di spingere, ma ho molta fiducia nei giovani. E questo vale per ogni discriminazione, non solo per il superamento di vecchi e infondati pregiudizi nei confronti delle donne, ma anche verso altre categorie in passato vittime di discriminazione”.

Intervista a cura di Camilla Marzullo