La storia di Maria Chiara

Le immagini delle varie e principali piazze italiane in rivolta, con annesse violenze, mi lasciano amareggiata. Sono preoccupata nel vedere il mio Paese frantumato in due parti e non sapere che posizioni prendere perché entrambe hanno le proprie ragioni. Devastata perché, di fronte a un evento di tale portata come questo ci vorrebbe compattezza e unità, mentre in Italia (ma non solo: direi, più genericamente, in Europa) si cerca un capro espiatorio, creando un clima di tensione simile a quello di una guerra civile. 

Il problema è sempre lo stesso: la rappresentatività. Le persone non si sentono rappresentate nelle scelte compiute dalla politica, la quale si sente in dovere di tutelare, giustamente, le minoranze che sono più soggette e a rischio Covid-19, mettendo sul lastrico, allo stesso tempo, tante famiglie. La distanza si sente anche tra il popolo e la cosiddetta “opinione pubblica”, fatta di giornali e giornalisti che, per vendere qualche copia in più, fomentano il panico e la rabbia estrapolando i dati in maniera fantasiosa, danno voce a esperti di dubbia fama e fanno paragoni con altri Paesi senza sapere cosa stia succedendo realmente nei suddetti. Per questo, forse, è opportuno andare al di là del proprio naso e verificare quanto di quello che si dice è reale e quanto tutto ciò può essere lesivo ai fini dell’unità del Paese.

Quattro mesi fa mi sono trasferita nei Paesi Bassi, precisamente a Rotterdam, per completare il mio ciclo di studi in Erasmus. Conosciuto per essere un Paese molto liberale, patria del rispetto, del rigore e della difesa della libertà. Agli occhi di noi sud-europei viene vista come l’America di fine Ottocento e descritta come un modello da seguire. 

Non ho avuto una buona tempistica dalla mia parte per trasferirmi: ho fatto domanda prima della pandemia, il 31 gennaio, venendo selezionata all’inizio del lock-down, il 10 marzo. Sono stata incerta fino all’ultimo se partire o meno: dapprima i problemi burocratici (legati alle decisioni dell’università ospitante), fino all’aumento dei casi all’inizio di agosto, passando per diverse querelle. Prima fra tutte, ovviamente, l’uso della mascherina (di cui approfondirò in seguito); la seconda, invece, il braccio di ferro tra l’Italia e i Paesi Bassi durante i negoziati per il Recovery Fund (a proposito: qualcuno lo ha visto?). Per motivi diversi, dei dodici selezionati dall’università italiana per Rotterdam ne sono arrivati solo quattro. 

Lo sapevo fin dall’inizio che non sarebbe stato semplice, ma ero anche consapevole che questo tipo di esperienze sono irripetibili e irrinunciabili per una crescita non solo lavorativa, ma anche individuale. E per una ragazza che è nata e cresciuta nella medesima città, era arrivato il tempo di respirare un’aria nuova. 

Quando sono arrivata, il 16 agosto scorso, il numero dei casi era in forte crescita, tanto che si è verificato uno scontro tra governo e alcune municipalità (particolarmente quella di Rotterdam, poiché la più colpita, e Amsterdam) per ciò che concerneva l’obbligatorietà della mascherina. Il governo, dopo averle considerate inutili perché “diffondono un falso senso di sicurezza”, le ha raccomandate a discrezione delle municipalità. E solo per quel periodo, Rotterdam ed Amsterdam le hanno rese obbligatorie. Ma da quando sono arrivata qui ho visto pochissima gente indossare la mascherina, senza nessuna eccezione: a causa della confusione ingenerata nella massa dal governo sulla mascherina, coloro che indossano la mascherina vengono additati come “malati” dalla maggioranza della popolazione, nonostante la posizione del governo, nel tempo, si è radicalmente trasformata. Al momento è fortemente raccomandata e solo due giorni fa è passata la legge al Senato che dovrebbe renderla obbligatoria entro dicembre (sperando che non sia troppo tardi). 

Ancora più emblematico è il fatto che sono mesi che tale discussione è sul tavolo del Parlamento, mentre si è già deciso l’estensione del diritto all’eutanasia anche per i minori di dodici anni. I bambini che esprimono la volontà di morire, che deve essere supportata anche dai genitori, possono richiederla e avere l’accesso a questo servizio. 

Ancora più saliente e legato alla questione Coronavirus, sono le conferenze stampa presiedute dal Primo Ministro Mark Rutte. Due sono i passaggi che voglio riportarvi di due diverse conferenze, le più salienti: quelle di fine settembre e quella di metà ottobre: il primo è strettamente legato con il tema affrontato in precedenza (l’eutanasia) e riguarda la popolazione più debole; la seconda, invece, riguarda gli studenti internazionali. 

Per quanto concerne il primo, Rutte ha dichiarato il 14 ottobre un parziale lock-down per tutto il territorio dei Paesi Bassi (con conseguente chiusura di tutti i locali), non prima, però, di invitare le persone fortemente debilitate e soggette a rischio della Covid-19 a non uscire di casa. Risiede qui la differenza sostanziale tra Paesi Bassi e Italia: la vita è una libertà, mentre la morte è un diritto. È il singolo a scegliere in ambo i casi: è lui a scegliere se prendersi il rischio e contrarre il virus (e se non potesse fare diversamente?) a e scegliere se ricorrere all’eutanasia nel momento più opportuno. Un’idea che sarebbe inconcepibile in Italia, la quale considera la vita come valore supremo da tutelare, anche a costo di sacrificare altri interessi, di essere considerati bigotti o come “scansafatiche”. E ancora: non basterebbe una semplice mascherina e il rispetto della distanza di sicurezza (che differentemente dall’Italia, qui è di 1,5 metri) per poter tutelare ancora di più quella parte di popolazione? È comprensibile che nemmeno la mascherina può proteggere totalmente dai casi di trasmissione, ma può ridurre drasticamente il numero dei contagi. 

Inoltre, Rutte si è espresso anche sugli studenti internazionali nella conferenza di fine settembre. A detta del Primo Ministro, gli studenti internazionali sono responsabili della propagazione del virus, per colpa delle “feste” organizzate negli studentati. Eppure, sono anche quelli che non hanno famiglia nel territorio e che hanno meno possibilità di entrare in contatto con persone sensibilmente a rischio Covid-19. E, probabilmente, il povero Rutte si dimentica che zone come Rotterdam vivono di studenti, in quanto senza le università non avrebbero entrate di cui approvvigionarsi, oltre che subendo un grande contraccolpo per l’immagine internazionale e multietnica che i Paesi Bassi si vantano di avere (motivo per cui le università hanno garantito l’accesso agli Erasmus e agli studenti internazionali e per cui molti corsi nei Paesi Bassi hanno ancora la didattica in presenza). 

L’ultima abissale differenza tra Italia e i Paesi Bassi risiede proprio nel trattamento dei contagi: i Paesi Bassi hanno un numero molto alto a fronte di un numero molto basso di tamponi. Solo la settimana scorsa vi è stata una riduzione dei numeri di tamponi (dalle oltre 310mila unità di due settimane fa alle 285mila di questa settimana) e un aumento di nuovi contagi (la scorsa settimana ci sono stati oltre 51mila casi in più rispetto a quella precedente, con una differenza di oltre quattromila casi in più con meno tamponi). Inoltre, non si ha un sistema di “tracing” ma si basano su “autodenunce sintomatiche”. Significa che se si hanno sintomi, deve essere il singolo ad autodenunciarsi. Inoltre, le autorità sanitarie competenti non chiamano se si è entrati in contatto con un positivo, mentre la quarantena dura dieci giorni, ma non ci sono autorità a vigilare. Non sono state poche le persone che hanno dovuto mentire per poter fare un tampone. Questo perché, fino a poco tempo fa, i Paesi Bassi credevano che gli asintomatici non fossero veicolo di trasmissione del virus. Infine, per ciò che concerne l’uso di strumenti tecnologici per combattere il virus, l’app nazionale per il tracciamento è stata lanciata solo il 10 ottobre scorso. 

Non credo sia un caso che la sanità dei Paesi Bassi sia al collasso e che hanno cominciato a trasferire i pazienti di terapia intensiva in Germania. Questo perché hanno sempre sottovalutato il problema, non prendendo le giuste misure in estate e arrivando a raggiungere oltre 10mila casi al giorno. Che per un Paese di 17 milioni di abitanti, è un numero davvero enorme. 

Ci troviamo in un periodo storico dove i grandi eventi hanno investito le vite e le scelte dei singoli, intrecciandosi indissolubilmente e manifestandosi attraverso sentimenti come la paura o come la fatica fisica e mentale di ritrovarsi sempre in uno stato di allerta. Dove il comportamento degli individui, che compongono le masse, diventa essenziale nel contrastare questo grande male invisibile che si aggira tra noi. Dove uscire di casa diventa un atto di coraggio, figurarsi prendere delle decisioni importanti per le proprie esistenze. Tuttavia, non mi pento di essere partita in piena pandemia: perché solo così ho potuto comprendere pienamente cosa significa vivere nei Paesi Bassi, con la sua mentalità liberale ma anche i suoi limiti. Non tutti hanno capito: qualcuno ha omaggiato la mia scelta, altri l’hanno considerata sciagurata, non solo per i rischi che corro ma anche per quelli che potrò provocare una volta tornata. Eppure, solo andando al di là del proprio naso e allontanandosi dal quadro è possibile vedere e bilanciare gli effetti positivi e negativi di ciascun Paese. E nella gestione del virus, a mio parere, vince l’Italia uno a zero. 

Maria Chiara Rocchetti