All’indomani delle elezioni americane, mentre tantissimi cittadini esprimevano la loro gioia sui social con foga da cheerleaders, manco fossero Salvini, per la sconfitta di Donald Trump, gli scienziati politici o quelli che qualcosa di torbido ancora vedono, meditavano. Chiamiamoli pure complottisti, sovranisti mascherati, ignavi, o con qualsiasi altro orripilante aggettivo che non risponda all’immensa galassia liberaldemocratica, progressista, istruita. Ma non diamogli torto a prescindere.

A ben vedere, infatti, questi giovanotti dall’aria pensierosa, che si guardano dal mostrarsi proni per l’uno o per l’altro candidato e guardano con occhio terzo le novità istituzionali di un paese che non è il loro, qualcosa hanno intuito. C’è un mostro, un fenomeno oscuro, una forza ancora forte e presente sotto le toppe blu-democratico che si è cercato di mettere al paese. È il trumpismo, o per meglio dire, il populismo statunitense.

Il mostro, che in questo caso assume il colore rosso del Partito Repubblicano, ripercorre le fratture sociali di Stein Rokkan (tensione tra centro e periferia prima di tutte) e le amplia, travolgendo la Chiesa che negli USA non è rilevante quanto nel continente europeo. Aggiunge, tuttavia, l’enorme e potentissimo conflitto tra élite e il popolo.

Riflettiamo insieme, ponendo un esempio che ho già avuto modo di esprimere in passato. C’è John, cittadino del Kentucky, il cui figlio ha deciso di arruolarsi nell’esercito e di servire la propria patria garantendone la sicurezza, magari all’estero, in uno dei rischiosi e instabili scenari bellici in cui gli Stati Uniti sono impegnati. John è un cittadino che è nato e cresciuto nel suo Stato, conosce perfettamente la sua città, ed è perfettamente integrato nella società. John, infine, appena finita la scuola, è stato assunto da un’azienda che produce elettrodomestici, che ora, tuttavia, è in seria difficoltà a causa della presenza delle aziende straniere, prime fra tutte le aggressive e dirompenti realtà cinesi. Alla preoccupazione di perdere il lavoro, associa anche quella di poter perdere suo figlio.

Dall’altro lato del paese, in California, troviamo Mark. Originario dello Stato di New York, Mark è l’unico figlio di una facoltosa famiglia di professionisti, ha avuto la possibilità (e la necessità) di studiare e di non fermarsi alla scuola di primo grado: è stato ammesso ad Harvard, dove si è laureato in economia, e dopo alcuni impieghi è stato assunto in una prestigiosa società che si occupa di Digital Technology. Per questo, Mark ha fatto le valigie e si è trasferito in California, nella ricca e prosperosa Silicon Valley. 

I punti di vista di questi due individui, anche per il contesto in cui sono inseriti, sono radicalmente diversi: se a John non interessa nulla che non riguardi la sua fabbrica e il suo giovane figlio, Mark è proiettato verso il globalismo, l’esplorazione e il progresso. Mark potrebbe trarre giovamento dall’impegno bellico statunitense, perché magari l’azienda per cui lavora vede il Dipartimento della Difesa tra i suoi maggiori acquirenti: sarebbe un peccato perdere commesse così generose per una politica volta all’isolazionismo. Vede altresì di buon occhio la presenza delle aziende estere, altri committenti di componenti tecnologiche, che la sua azienda è ben lieta di fornire.

John, d’altro canto, vorrebbe essere rassicurato sul fatto che suo figlio tornerà presto a casa, sano e salvo, e che la sua azienda non lo licenzi, così che possa godersi la pensione (rigorosamente erogata dal prediletto fondo pensionistico statale, di cui è un assiduo contributore) e magari acquistare quel bellissimo pick-up che sogna da una vita. Vede pertanto di buon occhio chi gli promette maggiore sicurezza, interna ed esterna, intese come impiego sicuro e disimpegno graduale da parti del mondo che né lui né Mark, il newyorkese di prima, probabilmente vedranno mai. 

Se dovessero incontrarsi, John e Mark discuterebbero quasi sicuramente, perché le loro idee sono differenti. Le idee, però, sono frutto delle influenze esterne e delle tendenze innate dei singoli individui. 

Ecco, quindi, che il terreno è fertile per la frattura. Il seme gettato dall’aggressività e la reattività del presidente uscente Donald Trump, che in quattro anni ha ruggito contro la Cina e la sua invasività, sostenuto l’obsolescenza del ruolo di “sceriffi del pianeta” degli Stati Uniti (anche se questa è una mezza verità, a conti fatti), e rassicurato in tutti i modi gli appartenenti al tessuto produttivo industriale non fa altro che esacerbare le distanze tra chi la pensa come Mark e chi come John.

A questo, si aggiunge ovviamente il fatto che i contrasti diventino sempre più violenti, con toni spesso radicali. Il voto popolare di queste elezioni dice chiaramente una cosa: sarà pur vero che Trump è stato sconfitto, ma c’è una grandissima parte della popolazione statunitense che sente il trumpismo vicino, possibile, reale, e che non ha nessuna intenzione di rinunciarvi.

Bomba inesplosa? Assolutamente no: lo scenario di un’ipotetica guerra civile che sovverta l’ordine democratico e che si schieri apertamente contro le istituzioni è il sogno nel cassetto di una esigua minoranza di cittadini, ancora troppo accecati dalle ideologie per comprendere che il mondo non è più quello del 1932. È anche vero, tuttavia, che gli Stati Uniti sono il paese degli estremi contrapposti: da un lato il Ku Klux Klan, attivo e reattivo, e dall’altro il movimento Black Lives Matter; sulle coste l’alta finanza e la multietnica industria del cinema, all’interno, il dominio della NRA (la lobby delle armi) e il modello self-made man, spesso accompagnato da una buona dose di individualismo razzista.

Quest’articolo, volutamente esemplificativo e, forse, un po’ stereotipato, non esclude che esistano anche dei miscugli di modelli, e non esclude che anche i più progressisti abbiano espresso un voto conservatore, o viceversa. Si invita, tuttavia, a riflettere sulla pericolosità di politiche divisive in un paese saldato con il sangue solo qualche centinaio di anni fa: le differenze, così come le contrapposizioni, sono oggi più vive che mai. Chi pensa che bastino quattro o otto anni di morigerata (e chi lo assicura) presidenza democratica, condotta da un uomo esperto di politica e di istituzioni, per rattoppare definitivamente solchi immensi, è un sognatore. Si parla di un conflitto interiore che è destinato ad ardere esattamente come le braci di un barbecue, su cui, di volta in volta, si aggiunge carbonella oppure si chiude il coperchio, beccandosi il fumo nero e compresso una volta scoperchiato.

Il guaio è che, per l’importanza che gli Stati Uniti hanno per il mondo, il fumo nero o le fiamme della rinnovata carbonella non rimarranno circoscritte a un pomeriggio di salsicce e birra, ma avranno pesanti ripercussioni in tutto il mondo. Joe Biden, pertanto, si trova ora a dover fare i conti con un pesantissimo fardello: risanare il suo paese. L’errore più grande sarebbe forzare la popolazione a cambiare, solo perché “il progresso lo impone”. Al contempo, altrettanto sbagliato sarebbe non intervenire, lasciando che i solchi si amplino da soli fino, poi, a mettere in discussione il sangue che unisce i blocchi.

Curioso è vedere quanto facile sia stato sprofondare in questa situazione rispetto a risalirne: di innovativo non c’è assolutamente nulla! Il populismo di Trump non ha fatto altro che far leva su un sentimento di nostalgia negativa, come se il popolo americano fosse stato indebitamente privato di qualcosa, come se ci fosse qualche oscuro burattinaio (il “potere forte” che tutti conoscono ma nessuno ha mai visto) che manovra i fili del mondo e nel silenzio di una stanza gioca sulla pelle del popolo, come se fosse necessario tornare “ai vecchi tempi” per stare meglio, ma non si sa di preciso quanto vecchi.

E allora? Cosa aspettarsi? Il tempo ci dirà quanta opposizione troverà la zappa democratica e quanto tempo ci metterà a dissodare il terreno bruciato che quattro anni di trumpismo hanno determinato. Lo sbaglio più grande, in conclusione, sarebbe considerare Joe Biden come una panacea ad ogni male. Non conosciamo abbastanza il gigante a stelle e strisce per fare previsioni, possiamo solo limitarci ad auspicare un sereno svolgimento del mandato (o dei mandati, perché no). Aiuta senz’altro il fatto che Biden restituisca un’immagine meno grottesca della Casa Bianca e noi europei, per tradizione, abbiamo rigettato la Far West Politics da molto tempo. 

Pazienza, moderazione e comprensione: queste le parole chiave per rimanere sempre coerenti osservatori.

Lorenzo Giudice