Calabria, Terra Mia è lo spot commissionato dalla Giunta calabrese a Gabriele Muccino, regista, con l’intento, già difficilmente realizzabile nei sei minuti del corto, di emozionare, incuriosire, spingere a visitare quel territorio del quale, sempre e nonostante tutto, vado fortemente fiero. Scopo principale, lo specifichiamo ancora, è anche sdoganare cliché e sprovincializzare un tessuto societario complesso, che, nell’immaginario comune, è rimasto ai film sulla mafia italo-americana degli anni ’50.

Peccato che ciò che Muccino ci serve, minuto per minuto, è il tragicissimo opposto. Un’accozzaglia di stereotipi, una sorta di ritratto caricaturale della regione, un viaggio nel territorio tramite i frutti che, preannunciato nel trailer da un’arancia, un limone, un mandarino e un bergamotto annaffiati dagli spruzzi delle onde su uno scoglio, non poteva promettere poi molto. 

Ma cominciamo. Musica di sottofondo, una coppia in macchina. Nella mia testa scaccio il sentore di un rimando troppo esplicito al Padrino. Una mano fuori dal finestrino a sfidare il vento e in parallelo un lago dai colori allucinati. Raul Bova, calabrese d’origine, ne approfitta per poggiare la mano sulla coscia della moglie, Rocío Morales, portata a visitare i luoghi dell’infanzia di lui, e con un elegantissimo congiuntivo mancato, chiede: “dove vuoi che ti porto?”.
Pelle d’oca. Ci metto buona volontà, spero che non sia l’ennesimo riferimento al calabrese per il quale l’italiano corretto è un optional, stringo i denti e supplico che il tutto scivoli veloce almeno fino al secondo minuto. 

Arriviamo nel primo borgo scelto da Muccino. Classica osteria calabrese, classici tavolini. Classiche le tovaglie a quadri, classica la coppola sul capo dei classici vecchietti avvinazzati che giocano alle classicissime carte. Tutto classicissimo, sì, se fosse un documentario sulla vita di paese nel dopoguerra. Ne scaturisce un’immagine impersonale del sud Italia anni Cinquanta che potrebbe benissimo essere siciliana quanto pugliese. Una visione che speravamo essere moderna e che invece ci imbocca uno spiegone sul bergamotto. E sia chiaro: il bergamotto, si sia calabresi o meno, a confonderlo con un limone, ce ne vuole. 

E, ancora, la scena cambia: dinoccolati su classicissime sedie di vimini un branco di giovani sfaccendati in canotta, non di molto più grandi di me, fanno l’occhiolino al passaggio della bella donna. Fermo l’immagine: ancora i brividi gelidi di prima. Qualcosa stona, ma cosa? Fisso lo schermo sentendomi intrappolato in una foto di mio nonno da giovane scivolata fuori da un libro: pantaloni a vita alta, camicie ampie, maniche arrotolate e si va di anni ‘40. Uno di loro indossa la maledetta coppola che ormai conosciamo, le bretelle, e ridendo chiede a Bova se l’abbia portata a vedere le coltivazioni di clementine. Mi armo di buona volontà, reprimo in un angolo della mente la rappresentazione classica del ragazzotto paesano senza cultura, che della sua regione e del mondo nulla conosce se non terra e campi, e che con accento calcatissimo, ma in italiano, propone di portare Rocío tra cedri e clementine. La bella straniera vorrà vedere forse il mare? No, meglio portarla nei campi. 

Usciamo un attimo dal flusso narrativo inesistente di Muccino. Il punto più confuso del corto, tra vecchi che giocano a burraco, il mare di Tropea ripreso anche in troppe inquadrature da punti diversi e la coltivazione forzata di agrumi in estate, sono gli scambi di battute. Unico dialogo che mi sento di riportare: alla domanda di lei “allora, da dove iniziamo?” lui risponde: “ma quanto sei bella”. Surrealismo puro. Avanguardia pura. 

Scorrono le scene, ci si presenta l’affaccio di Tropea. Ed è stancante. Non solo perché per quanto tolga il fiato quella vista, la Calabria non è soltanto Tropea, ma perché il mare è di un colore immondo. È stancante perché la color palette e i filtri scelti per l’intero prodotto li conosco bene, anche se forse mi ero sforzato di non notare quel processo di imposizione dello yellow filter hollywoodiano. Sui social fioccano le critiche, ma la domanda è unica: perché è così giallo? E una risposta non saprei darla. Perché ogni volta che si rappresenta Milano si utilizzano luci fredde e forti chiaroscuri, mentre per il sud Italia si passa alla sovraesposizione, a quel giallo paglierino? Mi ritrovo angosciato a pensare ai delicati e vibranti colori di un mare che conosco troppo bene, e che preferiscono piuttosto calarci in uno scenario polveroso, caldo e stereotipato degli ambienti e delle persone che li abitano. 

Sapevate che il mare d’inverno è dei blu più assurdi del cielo? Che le acque che sfiorano le coste hanno più cose in comune col turchese, col grigio, col giada, con l’azzurro e il bianco e il viola di quanto un filtro possa far passare? Sapevate che il sole scivola in cielo lento ma non tutto assorbe quel suo giallo assordante? E sapevate che, assurdamente, anche in Calabria piove? 

L’occhio di Muccino è velato dai filtri Instagram, ci relega a calcare il ruolo di zona straniera della nazione, quella tropicale, nutrendo forzatamente il pregiudizio di sempre. Non vivo nell’illusione che abbattendo determinati stereotipi tutto si risolva. Una rivoluzione culturale che cambi le persone e istituzioni è necessaria. Eppure, non siamo soltanto uliveti e pale eoliche ferme, non siamo villaggio vacanze, non siamo solo mafia e belle donne e salumi e sole. 

Tornati allo schermo, entriamo nel secondo borgo, dove ci accolgono le solite immagini: una donna attorniata da panieri colmi di clementine, anziani che bevono, Bova e signora che mangiano agrumi, assicurandosi con una sola visita in Calabria di aver scongiurato il rischio di scorbuto per il resto della propria vita. Ed ecco inquadrato il principale mezzo di locomozione calabrese: il ciuccio. Comprendiamo ora che gran parte dei quasi due milioni spesi per il corto debbano esser stati utilizzati per affittare un asino. Non ne spuntavano dagli anni ‘60, e capiamo bene che riesumarne uno debba essere stato dispendioso. Stavolta i brividi freddi arrivano ancora prima che Bova pronunci la battuta. Si parla di soppressata, prodotto DOP, esportata e conosciuta in tutto il mondo. Bova specifica che vorrebbe quella col finocchietto. E magari mentre ricordiamo che il finocchietto va nella salsiccia e mai nella soppressata, salutiamo Adelaide e Penelope, due ragazzine passate di là, dal tipicissimo nome calabrese. 

Campagna di prima, solite immagini. Arance. Terzo borgo, solite immagini. Solite sedie di vimini. Tovaglie a quadri. Pergole. Finalmente, scena finale, e quasi ci godiamo il mare di un colore naturale. Ultimo dialogo surreale, e ultimo frutto, che stranamente non è un agrume ma un fico. Inquadratura dei due amanti di spalle.

Fine. 

Sei minuti di film, due minuti di titoli di coda, forse quanto quelli di The Shining. Duecentottanta mila euro a minuto. Con una somma tanto ingente, sarebbe forse stato più utile pensare un premio per registi emergenti, consentendo loro di vivere la regione nei suoi alti e bassi e premiando il lavoro migliore. Avremmo potuto permettere al pubblico di conoscere ciò che Muccino non si è sforzato di apprendere, una regione che lotta per rinnovarsi lontano dalla pesantezza di un lento, statico, anacronistico e paesano cliché. L’esatto opposto di ciò che Jole Santelli sperava di ottenere. 

Ciò che resta a un calabrese di questo spot non è un’emozione, ma la tanta amarezza dell’infinità di segreti di una terra bellissima che siamo forse pronti a raccontare. Una terra carica di problemi, è vero, ma con una storia immensa che vive di emozioni poderose e voci che sussurrano storie millenarie.

Terra chi tremi e fai fujiri, 

Terra che tremi e fai scappare

Terra chi sempri dai suspiri, 

Terra che sempre dai sospiri 

Terra d’amuri mari e suli, 

Terra d’amore mare e sole 

Terra di praja e di caluri. 

Terra di spiaggia e di calore

Hjuri di Hjumari, Mimmo Cavallaro

Domenico Porcelli