Che la pallida morte con l’orrido artiglio faccia d’un antro oceanico il nostro giaciglio. Dio che dell’onde ascolti veemenza salvi l’anima che invoca clemenza. Alle quattro settimane. 

È questo il mantra che echeggia durante l’ultimo sforzo di Robert Eggers, già regista di “The VVitch”, (2015), che si pregia di regalare al mondo del cinema un horror che di innovativo ha poco, ma che riesce a stupire e a tenere incollato lo spettatore allo schermo lungo tutta la durata della pellicola, mescolando con sapienza elementi tipici della letteratura di H.P. Lovecraft e di Edgar Allan Poe. 

La violenza del mare che colpisce implacabilmente gli scogli, il sinistro verso dei gabbiani (quasi protagonisti paralleli) e la solitudine di un’infima isola segnano la condanna dei due guardiani di fine XIX secolo: lo schivo novellino Ephraim Winslow (Robert Pattinson) e l’irascibile quanto esigente Thomas Wake (Willem Dafoe), condannati dalla loro professione a curare il benessere di un faro per quattro lunghe settimane. 

Nel soffocante isolamento, dopo il ritrovamento dell’effigie di una sirena e l’uccisione di un insolente gabbiano, i due saranno vittime della follia, tra oscuri presagi, antiche leggende marinaresche e allucinazioni. Fulcro della storia la luce del faro, che da boa di salvataggio diventa quasi una divinità che ammalia, scrigno di chissà quali segreti, davanti alla quale ci si genuflette. 

Le interpretazioni degli unici due attori sono incredibili. Le lingue parlate dai protagonisti (nella versione originale) sono peculiari: quella di Pattinson è modellata su uno specifico dialetto rurale del Maine del XIX secolo, mentre, nel caso di Dafoe, è preso a piene mani dal claudicante modo di parlare dei marinai della stessa epoca. Dafoe è, come sempre, superbo e ci fa dono di un monologo da gelare il sangue, destinato a rimanere nelle pagine della storia del cinema.

Chiari i riferimenti alla letteratura, in particolare al mito di Prometeo e alla ballata The rime of the ancient mariner di Coleridge.

Ma la fotografia in bianco e nero è la vera regina di quest’opera. La scelta stilistica rende il tutto più ostile: i muri sono più ammuffiti, la pioggia è più violenta, il carbone è più sporco, il fango più invadente. Questo, unito a riprese che vanno a giocare con le ombre sui volti, che soffocano, che inquietano, quasi allucinogene, rendono il prodotto un capolavoro espressionista degno di Murnau.

Un film diverso, non per tutti, e complesso da apprezzare per i profani, ma che sicuramente riuscirà ad allontanare lo spettatore dalla propria comfort zone e a farlo addentrare nelle viscere di un cinema fatto per dividere, per provocare. 

Gianmarco Martino