Parlare, denunciare, educare, lottare

10 ottobre 2020, Milano. Una donna è stata stuprata e ha subito maltrattamenti per venti ore. Nella terrazza “sentimento” è successo questo, perché uno stupro è uno stupro. Quello che invece è accaduto, è che la vicenda è stata inondata e offuscata dalla popolarità del colpevole, quasi che la sua genialità sotto il profilo professionale potesse costituire un’attenuante. Nel trattare l’accaduto, i media non hanno realizzato un’essenziale scissione tra il Genovese imprenditore di successo e l’uomo che ha compiuto l’atto. Piuttosto che smussare e andare al fulcro dell’atrocità compiuta, il fatto è stato reso baroccheggiante invece che essere presentato nella sua unica accezione di atto vile e crudo. 

Ripetiamo: uno stupro è uno stupro. 

17 novembre, provincia di Torino. Una donna viene licenziata perché colpevole di avere una vita sessuale. Un video privato che aveva inviato al suo ex compagno è stato diffuso da quest’ultimo senza alcuno scrupolo. Di nuovo, l’oggetto principale della vicenda sembra essersi perso tra mille critiche nei confronti della donna ritenuta indegna di poter proseguire una vita normale perché colpevole di essere sessualmente attiva. Anche in questo caso è venuto meno il nucleo della vicenda: la donna è stata vittima di una violenza.

Questi riportati non sono solo fatti di cronaca recentemente accaduti, ma vero e proprio sintomo delle disfunzioni di un intero sistema affetto da mancanza di consistenza ed efficacia nella trattazione dei reati commessi. La spiegazione di questa disfunzione è paradossalmente semplice: parlare di violenza contro le donne non è facile. Parlarne nel giorno consacrato alla lotta contro questa carneficina può forse apparire a molti come ridondante. Eppure, come ogni anno, è necessario.

Prendendo i dati del report del Servizio analisi criminale interforze, organismo che unisce i dati provenienti da polizia, carabinieri, finanza e guardie penitenziarie, si può vedere su carta la carneficina che quasi tutti i giorni colora di nero la cronaca del nostro bel Paese. Passando dal 2019 al 2020 il numero degli omicidi di donne, meglio conosciuti con il termine “femminicidio”, sono aumentati del 5% arrivando a 59. I dati sulla percentuale di donne vittime di maltrattamenti per mano di familiari e conviventi, arriva all’82% a gennaio, passando al 78% a maggio, per risalire all’82% nel mese di giugno. Il dato sulle violenze sessuali, dopo il periodo di lockdown, risulta in aumento a maggio e giugno, ma si registra comunque un calo rispetto ai dati di gennaio e febbraio 2020.

Per quanto asettici, i numeri riportati ci restituiscono uno spaccato di un paese in cui la violenza contro le donne è ancora un dato preoccupante. Perché la violenza contro le donne non si esaurisce nello schiaffo, nello spintone, nell’omicidio o nello stupro. 

La violenza contro le donne estende le sue braccia anche al di fuori degli episodi in sé;

la violenza continua quando, a fronte di una denuncia per stalking, il sistema si riscopre immobile, incapace di proteggere;

la violenza continua quando, a fronte di una denuncia per stupro, parte dell’opinione pubblica sposta l’attenzione sulla genialità dello stupratore, quasi a dimenticare la brutalità di cui è stato capace;

la violenza continua quando, a fronte di una denuncia, l’italiano medio si mobilita per screditare, per puntare il dito e incolpare la vittima perché non è stata in grado di proteggersi, quasi che vivere dando per scontato il bisogno di proteggersi da un altro essere umano sia un dovere di donna. 

La violenza prospera quando il carnefice viene dipinto dalla stampa come il “gigante buono”, quell’uomo che non ha retto alla rottura, reso fragile dall’abbandono, e la donna, la vittima, come colei che mai avrebbe dovuto cedere alle avance o che aveva osato rifarsi una vita dopo una storia d’amore finita male. 

La violenza prospera quando per paura delle ripercussioni negative e dei giudizi, della lentezza della giustizia o della sua incapacità a proteggere, non si denuncia. 

E allora è un dovere parlare della violenza contro le donne, ben venga parlarne nel giorno dedicato alla lotta a questo fenomeno, ben venga lottare contro il qualunquismo con cui si affronta, ben venga approfondire ed educare sul fenomeno. Ben venga perché è facile nascondersi dietro la semplicistica argomentazione del not all men, “non tutti gli uomini”, mentre invece siamo immersi ancora in una cultura in cui si creano alibi al carnefice e si demoralizza la vittima. Si deve parlare, parlare e ancora parlare, denunciare, educare e lottare contro un dramma che, ogni anno, continua a mietere le sue vittime.

Anastasia Laurelli

Sara Palermo