Se si analizza la storia russa si può scoprire quanto sia importante l’Ucraina. Essa, infatti, svolge un ruolo molto importante dal punto di vista religioso e culturale: la sua capitale, Kiev, con le sue numerose chiese ortodosse è una città di riferimento non solo per il mondo cristiano, ma rappresenta anche il cuore dell’identità culturale russa.

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Russia ha cercato di mantenere un legame speciale con le ex-repubbliche sovietiche, ma è stato più difficile del previsto in quanto questi paesi in passato non hanno fatto parte solo dell’impero zarista ma sono stati assoggettati ad altre dominazioni. Le popolazioni dell’area baltica, ad esempio, hanno un’identità culturale e nazionale che non necessariamente corrisponde a quella russa. E sicuramente l’essere stati invasi dall’Unione Sovietica quando, a cavallo delle due guerre mondiali, erano dei paesi indipendenti non aiuta la costruzione di un legame forte con la Federazione russa. Inoltre, paesi come la Moldavia, la Georgia e l’Ucraina sono ora in una stretta che vede da un lato i partiti filorussi e dall’altro quelli filoeuropei. 

Analizziamo ora nel dettaglio la nascita delle cosiddette “due Ucraine”. All’inizio del nuovo millennio, tra il 2003 e 2004, l’Ucraina è stata attraversata da un nuovo movimento politico: la rivoluzione arancione, con l’obiettivo di far entrare l’Ucraina nell’Unione Europea e, forse, anche nella NATO. I due principali leader di questo movimento furono Viktor Juščenko e Julia Tymoščenko. Il loro governo filoeuropeista durò fino al 2010 e fino ad allora tentarono di far entrare l’Ucraina nell’UE, ma la Russia mandò un messaggio molto chiaro: se l’Ucraina fosse entrata nell’UE, non sarebbe più stata considerata un partner speciale russo e quindi avrebbe dovuto pagare tutti i gas naturali a prezzo intero. Cosa che, ovviamente, l’Ucraina non poteva permettersi.

Nel 2010 le elezioni presidenziali furono vinte da Viktor Janukovyč. Se si analizza la distribuzione territoriale dei voti si può ottenere già una chiara panoramica di quelli che sarebbero stati gli scenari futuri: esiste infatti una linea di demarcazione che divide fisicamente e politicamente il Paese. La mappa sottostante mostra come la popolazione filoeuropeista sia incentrata nell’ovest dell’Ucraina, mentre quella filorussa si trova a est.

La crisi ucraina iniziò nel 2013, quando Janukovyč affermò che “l’Ucraina è un paese europeo che ha relazioni speciali con la Russia”. Qui inizia la stretta sull’Ucraina: da una parte la necessità di un partenariato speciale con la Russia, soprattutto per acquistare il gas naturale a buon prezzo, dall’altra la seduzione europea. Nel 2013 infatti, anche a seguito della crisi economica, l’UE propose all’Ucraina un accordo di cooperazione a seguito del quale si sarebbe avviata la procedura di supporto finanziario e di adesione nell’UE. Il 23 Novembre 2013, come stabilito, Janukovyč avrebbe dovuto firmare questo accordo, ma alla fine non lo fece. Perché? Tre giorni prima aveva stretto un accordo con la Russia: in cambio della non adesione all’UE, la Russia avrebbe prestato all’Ucraina 15 miliardi di dollari e le avrebbe venduto i prodotti energetici a basso prezzo. Una somma davvero enorme che L’Ucraina accettò. La reazione della popolazione ucraina filoeuropea non si fece attendere, e in Maiden Square incominciarono le proteste. 

L’UE e la Russia tentarono di fare da intermediari tra i rivoltosi e il governo ucraino con la proposta di un accordo in base al quale si sarebbero dovute tenere nuove elezioni nel paese. Ma gli estremisti di Maiden Square non lo accettarono e occuparono gli uffici pubblici: con un colpo di stato, il presidente Janukovyč fu costretto a lasciare il paese. Il colpo di stato fu ritenuto eccessivo dalla Russia, che reagì occupando la Crimea e questo, di conseguenza, causò la reazione da parte della comunità internazionale e la decisione di escludere la Russia dal G8.

In Kiev ci fu un governo provvisorio fino a quando, nel maggio 2014, venne eletto il nuovo presidente Petro Porošenko, filoeuropeista, e per questo motivo non riconosciuto dalla Russia. Porošenko dichiarò di voler firmare l’accordo di cooperazione con l’UE, e immediatamente iniziarono le rivolte nella regione orientale dell’Ucraina, Donbass, chiamata anche New Russia, dove la popolazione proclamava la propria autonomia e la volontà di entrar a far parte della Russia. Prontamente, la Russia ha mandato le sue truppe in soccorso di questa regione principalmente popolata da russi e filorussi. Nella mappa sottostante si può osservare la collocazione di questa area.

A questo punto ci furono due tentativi di accordi: il primo Accordo di Minsk (del settembre 2014) stabilì il cessate il fuoco, ma non fu rispettato e dopo la ripresa dei conflitti si arrivò al secondo Accordo di Minsk (del febbraio 2015). Ma anche questo non è stato rispettato, e attualmente in Ucraina c’è una sorta di status quo. Siamo di fronte all’esistenza delle Due Ucraine.

In conclusione, come si evince dalla mappa sottostante, la questione ucraina affonda le sue radici in divisioni linguistiche ed etnico-culturali. L’Ucraina occidentale, popolata principalmente da cittadini di lingua ucraina, è la parte che maggiormente vorrebbe poter entrare a far parte dell’UE e, più in generale, vorrebbe entrare nella sfera del Patto Atlantico. Invece, l’Ucraina dell’est è la parte popolata principalmente da cittadini di lingua russa. Come si evolverà la situazione? A oggi, i conflitti continuano, non si possono fare previsioni, ma sicuramente la questione ucraina, come abbiamo visto, è aggravata ulteriormente dall’annessione della Crimea alla Federazione Russa: questo è un punto centrale, perché la paura è che altre parti dell’Ucraina, fortemente filorusse, seguano le orme della Crimea, generando a cascata dei processi di secessione anche in altre ex-repubbliche sovietiche, prime fra tutte la Georgia e la Moldavia. 

Eleonora Germano