Sono passate quasi due settimane dall’Election Day americano che si è tenuto il martedì successivo al primo lunedì del mese di novembre, come da tradizione. Sono stati giorni frenetici e densi di aspettative, trascorsi nell’avvicendarsi di conteggi, discorsi, maratone televisive e opinioni.

Donald Trump, presidente uscente e candidato repubblicano, versus Joe Biden, candidato dei democrats: un testa a testa all’ultimo voto tra l’attuale inquilino della Casa Bianca e l’ex vicepresidente durante l’amministrazione Obama (2008-2016). 

A separarli dalla nomina di “uomo più potente del mondo” sono i 270 voti dei Grandi Elettori, vale a dire la metà più 1 dei voti del collegio elettorale, composto da 538 Grandi Elettori. Non ci sono proporzioni e the winner takes all, il vincitore prende tutto. Ed è proprio a quel tutto che Trump cerca di aggrapparsi inveendo contro i brogli e annunciando aspre contestazioni legali, costi quel che costi, anche se il prezzo della vittoria include l’accusa di corruzione contro la Nazione.

È stata una tornata elettorale senza precedenti per l’affluenza più alta da un secolo: 150 milioni di elettori. Più di 75 milioni di americani hanno votato in anticipo sfruttando la possibilità del voto per posta. L’attuale Presidente in carica però, aveva dichiarato fin da subito la sua avversità ai voti per corrispondenza e aveva invitato gli elettori repubblicani a recarsi alle urne il giorno del voto. 

Il voto per corrispondenza è diventato così il capro espiatorio di una disputa che tiene il mondo con il fiato sospeso. Da un lato Trump che, nel bel mezzo del conteggio elettorale, proclama senza dubbi la propria vittoria, dichiarandosi pronto a intraprendere azioni legali per confutare i risultati. Dall’altro il suo avversario che, se dapprima invita l’America ad attendere la conclusione degli spogli, alla fine del suo discorso, si rivolge alla Nazione da Presidente eletto, sulla base dei risultati parziali che lo vedono in testa.

Con Trump o contro Trump. Sembrano queste le parole sottese a ogni sua dichiarazione, ancora oggi non supportate da nessuna prova concreta. E mentre il Presidente degli Stati Uniti, dalla sua residenza ufficiale a Washington, cerca di recuperare incrementando i comizi, urlando alla contestazione ufficiale dell’esito del voto davanti ai tribunali e affermando a gran voce che si tratta di “frode al popolo americano”, le principali emittenti televisive interrompono la diretta. La CNN lo ha definito “il discorso più disonesto della sua presidenza” e diversi repubblicani lo abbandonano. Sarà la fine del conteggio in Pennsylvania a chiudere la partita. Lo stato chiave, da solo, assicura la vittoria a Biden.

È il 7 novembre, sono passati cinque giorni dalle elezioni, i democratici negli Stati Uniti festeggiano per strada. “Non ci sono più stati rossi o stati blu. Ci sono solo gli Stati Uniti D’America”, così il Presidente eletto si rivolge alla Nazione. Ma, manca ancora un pezzo per concludere il complicato puzzle: il concession speech. Storicamente, è l’atto con cui un candidato perdente cede pubblicamente a un candidato vincitore dopo le elezioni. Trump, tuttavia, si rifiuta. Convoca un team di legali, già a lavoro, che cercherà di intralciare i festeggiamenti dei democratici. 

Ciò che potranno fare sarà richiedere un nuovo conteggio dei voti. In alcuni Stati americani, infatti, è possibile avanzare questa pretesa, ma spesso sono richiesti dei margini sui voti totali. Il decisore di ultima istanza potrebbe essere la Corte Suprema, nella quale a una settimana dall’Election Day, è stata nominata come nuovo giudice Amy Coney Barrett, assegnazione che ha determinato uno spostamento a favore dei repubblicani.

Come si concluderà questa storia? È ancora presto per dirlo. Intanto sui social, il mondo si entusiasma per il discorso di resa che, nel 1992, George W. Bush teneva dopo la sconfitta alle elezioni che portarono alla vittoria di Clinton.“America must always come first” celebrava Bush. 

Di fronte a un Paese così diviso tra stati rossi e stati blu, tra repubblicani e democratici, tra chi appoggia Trump e chi Biden, la vera vittoria è di Kamala Harris: prima donna vicepresidente, vestita di bianco durante il victory speech in onore delle suffragette e della loro battaglia per il diritto al voto delle donne. “While I may be the first woman in this office, I will not be the last”. La vittoria effettiva, dunque, è delle donne, di tutto il mondo.

Valentina Ingrao