Fin dall’alba dei tempi, l’umanità si è interrogata sul concetto di una figura superiore, che potesse illuminare la via agli altri con le sue gesta e imprese. A cominciare da Platone e Aristotele, i quali associavano questa configurazione al semidio, fino a Hegel, che ritraeva gli eroi come veggenti, persone dotate di una conoscenza universale. Felix Adler, professore tedesco-americano, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, scriveva: “l’eroe è colui che accende una grande luce nel mondo, che mette delle torce fiammeggianti nelle strade oscure perché gli uomini possano vedere”. Nonostante il clamore legato a questi emblemi si sia affievolito sempre più col passare del tempo, è difficile scegliere una parola più adatta di eroe, sportivamente parlando, quando si prova a descrivere Rafael Nadal Lebron James

Ragionevolmente, non è facile trovare punti d’incontro tra questi due paladini dello sport: la mediterranea Manacor, con le sue grotte del Drago, che hanno visto la nascita del tennista spagnolo, non hanno niente a che vedere con la “capitale degli pneumatici” Akron, in Ohio, città natale del cestista statunitense. Inoltre, se da una parte abbiamo Nadal che, a furia di sfoderare i suoi top-spin micidiali, ha sviluppato il braccio sinistro fino a renderlo 4cm più spesso di quello destro, dall’altra Lebron si occupa principalmente di seminare il panico nelle difese avversarie fino al tanto ambito ferro arancione. Tuttavia, servendosi della figura dell’eroe prima citata, si possono identificare matrici comuni nei successi dei due campioni. 

Domenica 11 ottobre 2020 non è stato un giorno qualsiasi per nessuno dei due: nel pomeriggio Nadal batteva Djoković nella finale del Roland Garros, conquistando per la tredicesima volta il torneo parigino e raggiungendo Federer a 20 titoli slam vinti. Poche ore dopo, James guidava i suoi Los Angeles Lakers al loro diciassettesimo titolo NBA, diventando il primo giocatore della storia a vincere il MVP delle Finals con tre franchigie diverse. 

Sarebbe oltraggioso pensare di poter racchiudere in un solo articolo tutti i traguardi e record infranti dai due eroi moderni. Sin dagli albori delle loro carriere, entrambi hanno dimostrato di avere qualcosa in più degli altri e, di conseguenza, da subito sono stati sotto ai riflettori. Eppure, l’itinerario che li ha portati fin sull’Olimpo dello sport non è stato sempre piacevole. 

5 giugno 2005: un dicianovenne spagnolo in una canottiera di un verde discutibile batteva prima Roger Federer e poi Mariano Puerta, aggiudicandosi inaspettatamente il Roland Garros. Quel ragazzo si chiamava Rafa, e in pochi si sarebbero aspettati che sarebbe diventato il giocatore più vincente che avesse mai calcato la terra parigina. Era invece nel 2007 che Lebron, allora ventitreenne, si caricava i Cleveland Cavaliers sulle spalle fino a portarli alla loro prima storica finale NBA. Sono i San Antonio Spurs a rovinare la favola, e da lì in poi inizia un vero e proprio tormento per LBJ, che non riesce a portare a casa l’ambito titolo nonostante tutte le enormi aspettative. 

Un simile tormento, seppur di diversa natura, colpisce anche Nadal quando, nel 2009, i suoi genitori, Sebastián e Ana María, si separano. Da lì il tennista spagnolo cade in depressione che, affiancata a una tendinite acuta, lo porta probabilmente al punto più cupo della sua carriera. Se oggi arriviamo a definire Nadal come eroe è perché proprio in quel momento, una scintilla si è accesa, sfolgorante, dentro di lui. Perché, come spiegava Thomas Carlyle in Gli eroi e il culto degli eroi e l’eroico nella storia“il blocco di granito che è da ostacolo al cammino del debole, diventa la base di partenza nel cammino del forte”. Ebbene sì, perché il 2010 vede Rafa spazzare via qualsiasi avversario, a livello sportivo e psicologico. Trionfa prima in Francia, battendo Söderling, poi a Wimbledon contro Berdych e, infine, vince per la prima volta gli US Open, sconfiggendo Djoković. 

Proprio da quella parte dell’Oceano, la pressione sul “King” James si faceva rovente quando, esattamente l’8 luglio 2010, fa la scelta più difficile della vita: lasciare l’Ohio, casa, per trovare gloria a Miami, alla corte di Dwyane Wade. Proprio quando sembrava che finalmente si potesse vedere il Larry O’Brien Trophy tra le braccia di James, a rovinare la festa stavolta sono Dirk Nowitzki e i suoi Mavericks. Una tempesta di delusione tuona negli occhi di Lebron al suono della sirena che decreta Dallas campione NBA 2011. Ma è in quel momento che il grande atleta esce di scena. Al suo posto, entra l’eroe. Colui che nonostante le critiche, dopo essere caduto più volte, si rialza, più dominante di prima. I suoi Miami Heat vincono sia nel 2012 che nel 2013, battendo avversari inauditi come OKC e San Antonio. 

Nel 2014 è il destino a chiamare. “Nulla è tanto dolce quanto la propria patria e famiglia, per quanto uno abbia in terre strane e lontane la magione più opulenta.” enunciava Omero nel suo capolavoro, l’Odissea. Lebron torna a casa e il fato è dalla sua parte. Nel 2016 compie la leggendaria impresa di portare per la prima volta i suoi Cleveland Cavaliers sul tetto del mondo, rimontando gli irrefrenabili Golden State Warriors da 3-1 a 4-3. Ma se c’è una cosa che contraddistingue gli eroi più valorosi è che hanno sempre fame di nuove imprese. Per questo, nel 2018 si unisce alla franchigia più blasonata della lega, che però non vince da quasi 10 anni. Domenica 11, i Los Angeles Lakers diventano campioni NBA nella stagione più folle della storia. Un titolo che mancava da una decade. Lebron scrive un’altra pagina della sua eccelsa storia, stavolta in onore di chi lo ha ispirato per anni, nel segno del Mamba, che, in quella notte, lo ammirava da lassù, fiero. 

Lo stesso giorno, Rafa Nadal si appresta ad affrontare Novak Djoković, arrivando per la prima volta in carriera alla finale del Roland Garros senza aver vinto alcun torneo sulla terra nei mesi precedenti. Molti, difatti, danno per favorito il tennista serbo, sulla carta più in forma e forte della prima posizione nel ranking ATP. Nonostante ciò, il fenomeno maiorchino domina l’incontro, vincendo in tre set. La chiave del match? La visione tattica e l’intelligenza sopra la media, che hanno permesso a Nadal di gestire i ritmi della gara dall’inizio alla fine. 

E con questo arriviamo finalmente all’ultima fonte comune del successo di questi atleti senza tempo. Sebbene molti, da sempre, enfatizzino come i trionfi di entrambi siano legati principalmente a un fisico superiore, ciò che veramente ha fatto e continua a fare la differenza è la testa. Passaggi illuminanti da una parte, contropiedi mancini dall’altra. Colpi di pura genialità che spesso vengono sottovalutati al cospetto delle prestazioni fisiche. È anche per questo se sono arrivati dove sono ora. E noi ringraziamo gli dei dello sport per averci regalato due eroi di tale caratura. 

Andrea Granata