Il 15 e 16 ottobre si è tenuta a Bruxelles una riunione del Consiglio Europeo che tra vari dossier importanti, quali la lotta al Covid-19, il cambiamento climatico, le relazioni UE-Africa e le vicine Bielorussia e Turchia, si è soffermato anche sulle future relazioni con il Regno Unito. 

Da tempo quest’ultimo summit era considerato come la scadenza per raggiungere un accordo tra le parti, dovendo successivamente aspettare le tempistiche fisiologiche delle ratifiche dei parlamenti dei 27 Stati membri e del Parlamento Europeo. Non essendo arrivato l’accordo, i funzionari ora considerano metà novembre come ultima data limite.

Come si evince dalle Conclusioni della riunione, il Consiglio europeo innanzitutto rammenta come stia terminando il termine utile per giungere a un accordo e dichiara ancora una volta che la posizione dell’UE non si discosterà dai principi che l’ha guidata finora, soprattutto sulle tematiche che a oggi si rivelano essere i nodi per la conclusione del negoziato, quali le condizioni di accesso del Regno Unito al mercato unico europeo, i diritti sulla pesca, la regolazione del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. Questo rappresenta un chiaro segnale per il team di David Frost, principale negoziatore per il Regno Unito, in attesa di concessioni.

Prima di analizzare le tre questioni principali che bloccano il negoziato, va ricapitolato come si è giunti fin qui. Il 23 giugno 2016 il 52% dei britannici ha votato per il leave e un anno dopo, nel marzo 2017, il Regno Unito ha avviato formalmente il processo di negoziazione dell’accordo di recesso secondo l’art. 50 del TUE. Dopo diverse proroghe e la successione di Boris Johnson a Theresa May alla guida dell’esecutivo britannico con una campagna elettorale a suon di get brexit done, alla mezzanotte del 31 gennaio 2020 il Regno Unito ha lasciato l’Unione Europea. 

Da allora il Regno Unito è considerato uno stato terzo. Da ciò deriva la necessità di trovare un accordo sulle future relazioni, poiché le due parti rimangono comunque notevolmente legate economicamente, socialmente e geograficamente. Il 31 dicembre 2020 si concluderà il periodo transitorio e il rischio Hard Brexit, cioè l’uscita definitiva senza un accordo che governi questi aspetti fondamentali, è esponenzialmente in aumento per via dei consecutivi fallimenti delle negoziazioni. 

Come già anticipato, i nodi del negoziato riguardano:

  • Modalità di accesso del Regno Unito al mercato unico europeo. Secondo un paper pubblicato dalla Banca centrale spagnola, in collaborazione con le corrispettive francese e tedesca, il 44.6% dell’export del Regno Unito è diretto verso l’Unione Europea, quasi la metà. In caso di no deal le relazioni commerciali verrebbero ricondotte sotto le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, andando ad aumentare i costi di importazione ed esportazione dei beni e servizi, a danno dei consumatori e produttori. Ciò sarebbe possibile a seguito della comparsa di dazi o licenze da ottenere per esportare in UE, ad esempio, prima inesistenti a causa dell’appartenenza ad un Mercato Unico.
  • Diritti sulla pesca. In caso non si raggiungesse un accordo per la pesca nei rispettivi mari territoriali, i pescherecci europei perderanno l’accesso alle acque britanniche. Tuttavia, come si legge dal Policy Brief della Luiss School Of Government n.12/2020, questo problema sembra essere il più semplice da superare.
  • Regolazione del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. Criticità piuttosto recente, dato che è sorta a seguito dell’adozione da parte della Camera dei Comuni del contestato Internal Market Bill atto a derogare il Protocollo su Irlanda e Irlanda del Nord. Secondo questo provvedimento si ripristinerebbe un confine c.d. duro tra Irlanda e Irlanda del Nord, mentre originariamente esso era previsto tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna, per garantire la continuità nell’isola irlandese. Scenario deprecabile considerando il passato dei due Stati, che hanno raggiunto una storica pace solo nel 1998. La risposta dell’Unione non si è fatta attendere, infatti, la Commissione Europea ha avviato il primo ottobre la procedura d’infrazione (ex. Art. 258 TFUE) nei confronti del Regno Unito per violazione dell’obbligo di condotta in buona fede, come sancito dall’art. 5 dell’Accordo di recesso.

In entrambi gli ambienti si augura di arrivare alla fine del periodo di transizione con un accordo soddisfacente, ma il traguardo sembra essere sempre più lontano. 

Alessio Corsato

Approfondimenti: Berthou, Antoine and Haincourt, Sophie and de la Serve, Marie-Elisabeth and Estrada, Ángel and Roth, Moritz A. and Kadow, Alexander, Assessing the Macroeconomic Impact of Brexit through Trade and Migration Channels (January 22, 2020). Banco de Espana Ocassional Paper No. 1911, Available at SSRN: https://ssrn.com/abstract=3523738 or http://dx.doi.org/10.2139/ssrn.3523738; Bruni, Domenica Maria, Sentinella, a che punto è la Brexit? Le ultime politico-diplomatiche sul divorzio di Londra dall’Ue, School of Government – LUISS Guido Carli, Policy Brief n. 12/2020 https://sog.luiss.it/sites/sog.luiss.it/files/LUISS_SOG_policybrief%2012.pdf