Profondamente segnato dalla psicoanalisi, La coscienza di Zeno, romanzo di Italo Svevo, è concepito come un diario terapeutico che il nevrotico protagonista scrive su richiesta del suo medico, il dottor S. (alcuni hanno voluto riconoscere l’iniziale di Sigmund Freud). La presa di distanza dell’autore dalla psicoanalisi freudiana si evince sin dalle prime righe, quando il dottore decide di pubblicare lo scritto per vendetta del paziente che ha bruscamente interrotto la terapia. Il racconto ripercorre le tappe di una vita malata e i tortuosi rivoli dell’esistenza interiore del protagonista con sofisticata ironia, sprofondando nelle più oscure e dolorose regioni dell’incertezza umana, per poi risalire alla consapevolezza del male di vivere.

In Zeno, infatti, opera in modo preponderante la rimozione, l’allontanamento dalla coscienza degli eventi traumatici, che vengono respinti, sepolti nell’inconscio. Esempio tangibile, a cui il romanzo dedica un intero capitolo, risiede proprio nel non riuscire a liberarsi dal vizio del fumo: chiara dimostrazione dell’incapacità di Zeno di gestire a pieno la propria volontà, di imporre il dominio di quella che Svevo definisce coscienza morale delle proprie fragilità. Il vizio è così scandito da una serie di propositi riguardo l’ennesima “ultima sigaretta”, un alibi cronico, un surrogato consolatorio di una più impegnativa decisione esistenziale che, seppur gli concede il gusto auto-illusorio del rito dell’addio al fumo, nel contempo lo rinnova continuamente, garantendo la permanenza del vizio e una duplice dipendenza: quella dal fumo e la frustrazione di voler smettere. Si introduce, in questo modo, una condizione psicologica ambigua e al tempo stesso affascinante, collocata al limite tra la dimensione di passato e la continua tensione verso un futuro di riscatto. Superare tale confine significherebbe per Zeno definire la propria identità, confrontarsi con se stesso, scegliendo concretamente un modo di essere e costruendo un progetto esistenziale. Come una vera fuga dalle responsabilità e dall’incapacità di mettere a fuoco i propri bisogni interiori, Zeno risulta incapace di prendere iniziative che lo portino ad assumere una posizione netta da mantenere con coerenza e determinazione. Piuttosto, il protagonista appare spinto ad adottare comportamenti che non lo escludano dal contesto sociale a cui vuole appartenere, evitando, al contrario quelli che lo porterebbero a fare i conti con il proprio disagio interiore.

Dall’episodio dell’ultima sigaretta emerge l’intera personalità del protagonista: Zeno fa agire liberamente la sfera dei ricordi, dalle scatole di sigarette da lui fumate, risalendo al rapporto con il padre. Sin dall’inizio del romanzo, infatti, questo tema appare uno dei fondamentali moventi psicologici dell’assunzione del vizio. La definizione dell’identità di Zeno si fonda proprio sulla trasgressione infantile della regola morale dettata dal genitore e attuata non attraverso sfide o affronti, bensì mediante l’inganno e la dissimulazione che accompagnano il protagonista fino all’età adulta. Così la figura paterna ha sempre incarnato, agli occhi del protagonista, la coscienza della propria inettitudine, rappresentando sul piano psicologico la forza morale contrapposta alla sua debolezza interiore. Tale disagio interiore si acuisce fortemente negli ultimi attimi di vita del padre, in cui si assiste a uno schiaffo involontario che il protagonista riceve dal genitore moribondo che gli sembra sancire la punizione che, oscuramente, sa di meritare. A dominare questo interesse affettivo è soprattutto il rimorso, di cui Zeno stesso si mostra consapevole: un sentimento che carica di risentimento il legame padre-figlio. 

Solo nel finale del romanzo, la “coscienza” di Zeno proclama la definitiva liberazione dalle ossessioni della malattia. Il successo commerciale e il denaro accumulato hanno “guarito” il protagonista, integrandolo perfettamente in quel meccanismo tipico della civiltà capitalistica a cui prima guardava con una sorta di snobistico disprezzo intellettuale. Il successo raggiunto induce Zeno a confutare l’ottica dalla quale aveva finora guardato proprio al passato, fino a invalidare il senso stesso della cura psicoanalitica. Concependo la malattia a livello universale, Zeno si autoassolve dal compito di guarirne le cause, considerando ormai la sua presunta malattia come una forma di adattamento a un mondo malato. In questo modo viene lanciata una terribile accusa nei confronti della civiltà umana che allontana l’uomo dallo stato di natura: guarire vorrebbe dire adattarsi al conformismo e rinunciare a conoscere e ad analizzare se stessi.

Chiara Marino