4 agosto 2020, Genova – Si è appena conclusa l’inaugurazione del nuovo viadotto autostradale, il ponte Genova San Giorgio, che dal 5 agosto ricollega la Liguria di levante con quella di ponente. La bandiera italiana e quella di San Giorgio hanno fatto da sfondo in questa giornata, piovosa come quella del 14 agosto di due anni fa, in cui è crollato il ponte Morandi causando la morte di 43 persone. Ogni genovese purtroppo ricorda bene quel giorno, in cui si chiamavano parenti e amici aspettando una loro tempestiva risposta che confermasse il non trovarsi su quel ponte. La maggior parte di noi genovesi probabilmente ci era appena passato o doveva attraversarlo in giornata. La notizia del crollo del ponte di Genova, del “ponte di Brooklyn italiano”, si è diffusa nel mondo sconvolgendo tutti.

Il ponte Morandi, costruito negli anni Sessanta, era la principale arteria del traffico di Genova e il suo crollo, oltre al dolore per le vittime e al pensiero che su quel ponte ci potevamo essere tutti, ha causato difficoltà di spostamento e conseguenti danni al commercio. Danni che, per motivi simili, continuano tuttora ad esserci: la Liguria in questi ultimi mesi è purtroppo in ginocchio a causa delle numerose modifiche alla viabilità autostradale, per la necessità di fare manutenzione.

Si è inaugurato il ponte Genova San Giorgio, ma non si festeggia. L’inno italiano, l’omaggio delle frecce tricolori e l’Amerigo Vespucci in mare hanno inaugurato il nuovo ponte, ma il primo atto del Presidente della Repubblica è stato incontrare i familiari delle vittime, perché Genova è riuscita sì a ricucire lo strappo, ma la ferita non si rimargina.

Credo che il nuovo ponte rappresenti sentimenti contrastanti, sicuramente sarà il simbolo di Genova, di un’Italia che ha la volontà di rialzarsi, ma allo stesso tempo accanto alla soddisfazione per questa impresa rimarrà il dolore per le vittime. Renzo Piano aveva definito il ponte “figlio di una tempesta”, un riscatto che nasce però da un fallimento. Orgoglio e cordoglio. Molti lo definiscono un orgoglio perché è stato costruito in tempi record e con tecnologie innovative, ma rimane il lutto che non si dimentica e che si può solo elaborare. Per questo mi piace più definire il nuovo ponte come un simbolo di speranza. 

Come è stato detto durante l’inaugurazione, “Costruire un ponte, e non un muro, è una cosa bellissima”. Questo ponte, semplice e forte, è un messaggio di fiducia, di competenza e di futuro. 1200 persone hanno lavorato 24 ore tutti i giorni, senza fermarsi, neppure durante il lockdown. Velocemente ma senza fretta. È l’esempio che se si vuole raggiungere un obiettivo lo si può fare. Il Decreto semplificazioni usa “il modello Genova”, così è stato definito il nuovo iter per velocizzare la costruzione di grandi opere, come esempio concreto di efficienza e affidabilità, anche se ci sono state e rimangono aperte polemiche sulle mancate gare di appalto. Ancora oggi però, il problema più grande resta l’inchiesta ancora aperta e non conclusa sull’identificazione dei colpevoli del crollo del ponte Morandi. 

Il ponte per Genova, Ponte San Giorgio, discusso, atteso, amato e odiato rappresenta una svolta, un potenziale cambiamento all’orizzonte. La giornata dell’inaugurazione è stata rappresentativa, perché prima c’è stata la pioggia che ha rappresentato le lacrime dei genovesi per il crollo del ponte Morandi e per le vittime che ha trascinato con sé, poi la pioggia ha lasciato il posto alla luce e all’arcobaleno: “l’uomo che torna a camminare sul ponte è simbolo di speranza e unità”.

Eleonora Germano