È vero, noi non possiamo, oltre ogni esperienza, dare un concetto determinato di ciò che siano le cose in sé. Ma pur non siamo liberi di sottrarci completamente dal ricercarle.

Immanuel Kant

Con questa affermazione, Kant esprime perfettamente la condizione umana. L’uomo ha da sempre sentito il bisogno innato di conoscere, di capire il perché di tutto ciò che lo circonda. 

Nella prima critica, la Critica alla Ragion Pura, Kant si pone l’interrogativo se la metafisica sia o meno una scienza. La sua è una risposta negativa, in quanto tratta di realtà esterne all’esperienza umana. Il filosofo, tuttavia, chiarisce che il bisogno della ragione di sapere è più forte dei limiti che l’esperienza pone all’uomo e di conseguenza la metafisica è nata per rispondere a tale esigenza. 

Partendo dunque dal presupposto che la metafisica non è una scienza, Kant giunge alla conclusione che le realtà extra fenomeniche, come ad esempio Dio, non sono dimostrabili e, di conseguenza, secondo il suo pensiero razionale, non si può affermare con certezza né che esistano né che non esistano. Kant descrive la realtà umana, una realtà fatta di domande a cui non è possibile dare risposte in chiave razionale, ma che la necessitano; egli però giustifica soltanto l’esistenza della metafisica, non cercando una soluzione a questa insoddisfazione perenne nell’uomo, come invece hanno provato a fare altri filosofi. 

Pirrone, filosofo che diede vita alla scuola scettica, dichiarava anche lui che ci sono limiti imposti alla conoscenza umana dalla natura stessa. Tali limiti sono invalicabili e non consentono di rispondere con certezza a nessuno dei dubbi esistenziali. A differenza di Kant però, Pirrone propone una soluzione: l’atarassia, ovvero la liberazione da ogni pensiero e preoccupazione. E così, secoli dopo, Minois scrive: “Per spingerci a una decisione così salutare, evitando tutte le ricerche distanti e grandiose, nulla può servire di più che convincerci una volta per tutte della forza del dubbio pirroniano”. 

Lo stesso concetto, seppur in un contesto culturale completamente diverso, viene espresso da Giacomo Leopardi ne L’Infinito: “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare”. Per quanto da questo idillio trapeli la ricerca di pace da parte dell’autore attraverso la liberazione dai pensieri, andando ad analizzare più approfonditamente Leopardi, ci si rende conto che questo non è per l’uomo completamente possibile. L’uomo ha bisogno di sapere, si pone interrogativi per sua natura, non gli è possibile fare altrimenti e proprio da questo ha origine la sua infelicità. E così nelle Operette Morali e nel Dialogo tra la natura e un islandese, l’uomo incalza la natura con domande inerenti all’universo, e dalle risposte dell’interessata si comprende unicamente che questo non sia stato pensato o creato per l’uomo. Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia il protagonista si chiede come possa il proprio gregge vivere felice e giunge alla conclusione che la risposta sta nel suo non preoccuparsi di ciò che lo circonda, nel non domandarsi nulla, ma questo all’uomo è impossibile.

Può dunque l’uomo essere libero dal suo bisogno di conoscenza? No, ma al tempo stesso anche giungere a questa conclusione è fonte di insoddisfazione e dunque infelicità. È la consapevolezza stessa di quanto la natura sia stata maligna con l’uomo alla base della sua infelicità. La realtà è che l’uomo non si è mai arreso ai suoi limiti nonostante li abbia ammessi. 

Anche Dante, benché in un ambito totalmente diverso, nel Canto I del Paradiso della Divina Commedia, ammette che ci sono dei limiti nelle facoltà umane che non gli permettono di capire e conoscere a pieno il mondo ultraterreno.

Non è possibile per l’uomo arrendersi all’idea di non consistere in altro che un essere insignificantemente microscopico in un infinito universo; la ragione non glielo permette ed è così che la spiegazione che più si avvicina al razionale, per quanto non dimostrabile, sia l’esistenza di un essere divino che tutto governa. Dio è colui che da secoli racqueta le domande senza risposta dell’uomo e, dunque, colma quel suo senso di insoddisfazione che altrimenti persisterebbe in eterno, tant’è che anche Kant, dopo aver dichiarato che l’esistenza di Dio non è dimostrabile, lo inserisce tra i postulati dell’imperativo categorico nella critica alla ragion pratica. 

Ne deriva che il tanto acclamato Carpe Diem di Orazio, il vivere la giornata senza preoccuparsi né del futuro né di tutto ciò che non è immediatamente comprensibile, non può essere totalmente applicato nella vita dell’uomo in quanto contrario a una sua inclinazione naturale: il bisogno di porsi domande, il bisogno di conoscenza. 

Livia di Carpegna Gabrielli Falconieri