Domenica 20 e lunedì 21 settembre, il popolo italiano è stato chiamato a esprimersi sul Referendum costituzionale confermativo per il provvedimento legislativo concernente la riduzione del numero di Parlamentari. Il Referendum, cavallo di battaglia politico-culturale del Movimento 5 Stelle, ha coinciso con le elezioni dei governi regionali di Veneto, Toscana, Puglia, Campania, Marche e Valle D’Aosta. Lascerò ai miei colleghi in redazione l’oneroso compito di snocciolare a fondo la questione del Referendum, con tutto ciò che ne costituisce la nebulosa aura tutt’intorno. Preferisco concentrarmi sulla “questione nazionale”, ovvero buttar giù qualche riga sulla mutata compagine governativa in alcune regioni. 

Che risultati si sono ottenuti? Che cosa aspettarsi? Chi andrà dove? Chi farà cosa? Procediamo con ordine.

All’alba del 5 Marzo 2018, ormai due anni fa, l’Italia presentava un quadro regionale con 15 regioni su 20 governate dal centrosinistra. Solo la Lombardia, il Veneto, la Liguria e la Sicilia erano rette da giunte espressione del centrodestra. Da lì a poco più di un anno, il 25 marzo 2019, il centrodestra strappa al centrosinistra l’Abruzzo, il Molise, la Basilicata e la Provincia Autonoma di Trento, la Sardegna e il Friuli-Venezia Giulia, modificando radicalmente lo scenario politico a proprio favore e chiudendo la partita con una regione in più rispetto al centrosinistra. Oltre a ciò, nel gennaio 2020 anche la Calabria e l’Umbria sono state espugnate dal centrodestra, aggiungendo peso alla già consistente maggioranza.

Veniamo finalmente ai giorni nostri. Le ultime elezioni regionali ci hanno consegnato uno scenario particolare sotto vari punti di vista. Iniziamo con i risultati: per ciò che attiene la regione Marche, trionfa il centrodestra con il candidato di Fratelli d’Italia, Francesco Acquaroli, che ottiene la presidenza, sostituendo il governatore uscente Maurizio Mangialardi (csx). Spostandoci verso Nord, la situazione vede ancora una volta il centrodestra vincitore, con una riconferma di Luca Zaia alla Presidenza del Veneto e il ritorno alla presidenza di Nicoletta Spelgatti in Valle D’Aosta. La Spelgatti aveva già ricoperto questa carica in passato, dal 27giugno al 10 dicembre 2018, rappresentando un primato all’interno della Lega: è stata, infatti, la prima donna leghista a ricoprire tale carica. Il versante tirrenico del Nord della nostra penisola, ancora, ci presenta una Liguria saldamente nelle mani di Giovanni Toti, supportato da liste civiche e centrodestra, riconfermato per un secondo mandato.

Si potrebbe dire che la vera partita cruciale fosse in Puglia, dove si sono sfidati Raffaele Fitto, candidato del centrodestra con la componente “meloniana” in prima fila, e il governatore uscente Michele Emiliano, volto noto dei dem e, ovviamente, punta d’attacco del centrosinistra. Caso a parte la Campania, dove quasi scontata è stata la vittoria di Vincenzo De Luca, supportato da liste civiche e centrosinistra. 

Manca ancora qualcuno all’appello: la Toscana, importante roccaforte del centrosinistra e terreno di conquista aspro quanto ambìto per il centrodestra, è stata anch’essa chiamata al voto. Battaglia certamente dura e non scontata, che ha visto la vittoria di Eugenio Giani, anch’egli veterano degli organi eletti regionali, essendo già stato presidente del Consiglio di regione nel 2015, sempre in Toscana. La sfidante, l’avvocato Susanna Ceccardi, supportata dal centrodestra con la Lega in prima fila, è risultata sconfitta, seppur non amaramente. Dunque, cari lettori, il Diavolo si nasconde nei dettagli. 

I Personaggi

Zaia e De Luca: i due “imperatori”, come sono stati ironicamente (ma neanche troppo) ribattezzati dall’impietoso web, hanno ottenuto la riconferma con percentuali decisamente elevate. I dati, infatti, riportano per Zaia il 76,7% dei voti, contro lo sfidante Arturo Lorenzoni, csx, fermatosi al 15,7%, mentre per De Luca la vittoria è stata ottenuta con il 69,4% dei voti favorevoli, contro il 18% dello sfidante candidato del cdx, Stefano Caldoro, che aveva già ricoperto la carica di governatore della Regione Campania. Per molti questa vittoria è da imputarsi in gran parte alla gestione della crisi pandemica. Entrambi gli amministratori, infatti, tolti lanciafiamme e voci su pasti a base di roditori, hanno saputo contenere i contagi e garantire, per quanto possibile, un rallentamento dell’infezione. C’è però da dire che, per entrambi, la crisi pandemica è intervenuta solo a fine mandato, preceduta quindi da quattro anni di “ordinaria amministrazione”. Difficile fare predizioni con il senno del poi, ma altrettanto difficile è credere che tale risultato possa essere unicamente imputabile ad un evento del genere, per quanto importante esso possa essere.

La Puglia e il Fitto dolore: il testa a testa tra Michele Emiliano e Raffaele Fitto, restato incerto fino a scrutinio inoltrato, con aggiunta anche i numerosi sondaggi ed exit poll, hanno contribuito a far crescere nel centrodestra (e in Fratelli D’Italia) la speranza di portare a casa la vittoria in un territorio importante e combattuto. Speranza, tuttavia, vanificata: la Lega di Matteo Salvini, che al sud sta perdendo quel po’ di mordente che aveva guadagnato, ha scelto di concentrare le sue forze in Toscana, dedicando all’avvocato Ceccardi la gran parte delle sue forze e della sua attenzione. Così facendo, ha privato Fitto del supporto che, col senno di poi, avrebbe potuto essere vitale. Ciò, in ultima analisi, si è tradotto nella riconferma di Emiliano con il 46,8% dei voti, contro il 38,9% ottenuto da Fitto. Che non sia un maldestro virgulto leghista dopo la vittoria Francesco Acquaroli, nella speranza di condizionare l’inesorabile riequilibrio delle forze nella compagine di Centrodestra a favore della Lega? 

Toscana per un pelo: certamente la sorpresa più grande è stata la poca differenza tra le percentuali dei candidati in Toscana. In un territorio storicamente “rosso”, stupisce vedere il centrodestra ottenere il 40,4% dei voti, con una trazione abbondantemente leghista (21,78%), seguita a ruota da Fratelli D’Italia (13,50%). Eugenio Giani, che in passato avrebbe vinto in maniera molto più imponente, ha ottenuto una percentuale di voti a favore pari al 48,6%, con il Partito Democratico in testa alla coalizione di csx (preferenze al 34,7%). Scricchiola, dunque, la supremazia del csx nella sua roccaforte, anche considerando l’elezione della Giunta comunale di Arezzo che ha visto trionfare il candidato di centrodestra Alessandro Ghinelli (47% delle preferenze), con ancora una volta la Lega primo partito (13,9%).

Tirando le somme

Fratelli D’Italia rivendica le Marche con Francesco Acquaroli, alla Lega spetta un importante risultato in Valle D’Aosta, percentuali mai viste prima in Toscana e le durissime accuse di Raffaele Fitto per il mancato sostegno alla sua candidatura, ancora visibili in un lunghissimo post sulla sua pagina ufficiale di Facebook. 

Il Centrosinistra rivendica le vittorie di Puglia e Toscana, mal celando malumori interni per la piccola differenza, Arezzo perduta e, ovviamente, l’ingombrante presenza di Vincenzo De Luca in Campania, essendo il profilo decisionista del governatore da tempo in rotta con la linea d’azione del partito. 

Insomma, ancora una volta possiamo constatare che, sebbene i numeri parlino chiaro e ci consegnino una rilevante maggioranza (in termini di colore delle giunte) spostata verso destra, in questa elezione tutti hanno avuto qualcosa per cui festeggiare e qualcosa per cui riflettere: la destra intacca ma non sfonda, la sinistra resiste ma mostra segni di cedimento. Tutti vincitori e nessun vinto.

Che dire, infine, del Movimento 5 Stelle? Di loro si potrebbe parlare a lungo, specialmente per ciò che attiene l’esito referendario e la loro deludente performance al livello regionale, ma questa è un’altra storia. 

Lorenzo Giudice