I sostenitori del No, assopiti durante la quarantena, sembrano essere usciti dal letargo con leggero ritardo e solo ultimamente hanno iniziato a far sentire la loro voce più energicamente sui media e sui social. È in linea con questa visione l’indagine dell’Istituto Ixè, i cui risultati stimano un’affluenza tra il 49 e il 54 percento, accompagnata da un 30% di indecisi, e che vede il Sì in largo vantaggio con il 74,1%. 

Contro la riforma si sono schierati personaggi illustri, tra i quali l’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi, il Senatore a vita Mario Monti, il costituzionalista Massimo Luciani e il Direttore del quotidiano La Repubblica Maurizio Molinari. Le loro critiche, sebbene con varie sfumature, sembrano seguire lo stesso filo logico. 

Innanzitutto, la riforma sembra essere mossa esclusivamente da una logica anti-parlamentare e anti-casta, condita dall’assenza di un’analisi di impatto sull’istituzione. La correlazione minor numero di parlamentari e maggior efficienza del Parlamento non ha alcun fondamento logico, anzi, il rischio maggiore è quello di minare all’operatività delle camere, sia da un punto di vista di mole di lavoro, sia per le competenze necessarie per lavorare in determinate commissioni. Questo scenario peggiorerebbe indubbiamente nel caso in cui la riforma non venisse accompagnata da una modifica dei regolamenti parlamentari e della legge elettorale, aggiungendo così un fattore di imprevedibilità non indifferente.

In secondo luogo, la rappresentanza. Il ruolo principale del parlamentare è quello di rappresentare una parte del territorio statale e convogliare gli interessi dei suoi abitanti all’interno del Parlamento. Attualmente la composizione del Parlamento italiano configura un rapporto di 1 parlamentare ogni 96 mila abitanti circa (sesta in UE, considerando anche il Regno Unito), mentre con la riforma si passerebbe a 1 parlamentare ogni 151 mila circa (prima in UE). Perciò, la riforma comporterebbe un’effettiva e deliberata riduzione della rappresentanza, allontanando ulteriormente il cittadino dall’istituzione.

Per quanto riguarda la tutela delle minoranze, è oggettivo che la diminuzione dei seggi conduca inevitabilmente a un rafforzamento dei partiti più forti, innalzando la soglia di sbarramento implicita, soprattutto nelle regioni più piccole.

Segue la questione dei delegati regionali. Come ricorda Maurizio Molinari, nell’elezione del Capo dello Stato partecipano 60 delegati regionali, che su 945 parlamentari rappresentano una garanzia per le minoranze, ma in caso questi ultimi diventassero 600, i delegati vedrebbero accrescere il loro potere in maniera straordinaria. 

Per ultimo il risparmio. Secondo il leader del M5S Luigi Di Maio con il taglio si risparmierebbero 100 milioni ogni anno, per un totale di mezzo miliardo per legislatura. Tuttavia, l’Osservatorio sui Conti Pubblici ha fatto notare come queste cifre siano in realtà più limitate. Infatti, tenendo in considerazione nel calcolo le ritenute fiscali, previdenziali e assistenziali, cui sono sottoposte le indennità parlamentari, si ottiene un risparmio di 57 milioni annui, per un totale di 285 milioni a legislatura, pari allo 0,007% della spesa pubblica.

D’altronde però, il taglio dei parlamentari è previsto dalla riforma approvata in Parlamento già nell’ ottobre scorso, per la quale quasi tutti i parlamentari si sono espressi a favore, anche quelli che oggi si spendono per il No. 

Certamente, hanno ragione quelli che criticano i motivi del Sì: la riforma non comporta il notevole risparmio su cui tante parole spendono i membri del Movimento Cinque Stelle. 500 milioni di euro a legislatura sono poco e niente, circa un caffè a cittadino italiano, o per quantificare in termini di pensioni minime, circa 600 euro per 95mila contribuenti. 

Eppure, 500 milioni di euro non sono spiccioli, si tratta comunque di risorse che potrebbero essere impiegate per finanziare altre riforme strutturali, volte a rilanciare il nostro Paese nel difficile periodo post-pandemia in cui ci troveremo a breve. 

E per quanto riguarda, invece, il rischio di minor rappresentatività, paralisi delle due Camere e peggior funzionamento delle istituzioni? Il rischio ci sarebbe, potenzialmente, posto che il Sì non fosse il primo passo per una serie di riforme strutturali volte a snellire il profilo istituzionale del nostro Paese. Ma non è così.

Il Referendum confermativo del 20 e del 21 di Settembre non è un punto di arrivo, ma un trampolino di lancio. È il primo passo per avviare una serie di riforme di cui il nostro Paese ha sempre più necessità, a partire dalla legge elettorale, passando per una riforma dei regolamenti parlamentari. 

Ma, soprattutto, il Sì è il primo passo per riportare la qualità e la meritocrazia tra gli scranni del Parlamento italiano. Non siamo forse stanchi di tutti quei furbetti “in missione” con un tasso di assenteismo che supera di gran lunga la percentuale di presenze in sede assembleare? Non siamo stanchi di quei rappresentanti del popolo che, più per il caso che per effettivi meriti, si ritrovano in Parlamento? Non sarebbe, forse, necessario costringere i partiti italiani a scremare e a spingere sulla qualità dei propri membri? E non è questo, in fondo, ciò che una minore offerta – un minor numero di scranni in Parlamento – comporta?

Alessio Corsato

Anastasia Laurelli