Sulla scia del discorso di Martin Luther King del 1963, e a più di cinquant’anni dalla sua prematura scomparsa, vivo e attuale risulta essere il gesto dei due olimpionici Smith e Carlos. Entrambi protagonisti della gara dei 200 metri piani, sono ricordati ancora oggi non tanto per i loro successi sportivi, quanto per il gesto di alzare il pugno chiuso rivestito da un guanto nero, in modo di sfida verso la bandiera statunitense e contro la violazione dei diritti civili dei neri. 

La simbologia è un’arma potente, a seconda da chi la utilizzi e per quale scopo. Molteplici sono i casi che prevedono la volontà di lanciare un messaggio, di far discutere, di colpire e attirare l’opinione pubblica, manifestando problematiche irrisolte, magari proprio perché toccano una minoranza e non rientrano nell’alveo del giardino della nostra così lontana e distaccata dimora.

La morte di George Floyd, come quella di altri neri uccisi da poliziotti razzisti, è solo un esempio di un fenomeno che non ha vita breve. Fa riflettere il fatto che non sia stato il primo video di quel tipo a divenire virale, ma quello della svolta o presunta tale. Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, forse l’esperienza del coronavirus ha sensibilizzato i più scettici, smuovendo i muri dell’indifferentismo dilagante e dell’immobilismo cronico su una questione principe che attanaglia ogni essere umano: il principio di uguaglianza e di non discriminazione. 

Tematica che non ha confini e che con piacevole sorpresa è stata affrontata qualche giorno fa a Piazza del Popolo dove bianchi, neri, gialli radunatisi insieme hanno dato prova di maturità manifestando in modo pacifico con la forza dei propri ideali, dando voce a chi prima di loro si era speso in nome di pari diritti e dignità sociale. La storia dovrebbe permettere di guardare agli errori commessi nel passato per poi imparare a non riproporli. Con una nota di pessimismo si può pensare che il mancato cambio di passo appanni lo spirito rivoluzionario desideroso di un mutamento paradigmatico. 

In soccorso può però arrivare lo sport: i beniamini idolatrati di colore diverso dai rispettivi supporters e le prese di posizione di campioni come Hamilton lasciano accesa una luce di speranza e di coraggio nel portare avanti le sopracitate argomentazioni. Da evidenziare l’importanza dei media che più che dare risalto al “Balotelli” di turno perché fa notizia e per un bisogno impellente di riempire le pagine dei giornali o spazi di trasmissione ricorrendo a pratiche di spettacolarizzazione e polarizzazione del discorso, dovrebbero invece collaborare nel non sovradimensionare personaggi ondivaghi ponendo in questo modo le basi e incentivando inconsciamente fenomeni aberranti.

Gli azzurri, nel luglio del 2006 alla vittoria del Mondiale, hanno risollevato il sistema calcio italiano sprofondato pochi attimi prima nel fango di Calciopoli. A dimostrazione della resilienza (non a caso fra le parole più cercate sulla Treccani in questi mesi di pandemia) di un intero popolo che non si è lasciato abbattere e che ha rispolverato la propria reputazione con un eroe inatteso, Fabio Grosso, che con il suo urlo disperato e gioioso ha riscritto la storia, rendendoci orgogliosi di essere italiani. Allo stesso modo le proteste civili iniziate oltreoceano con gli oltre otto minuti inginocchio di comuni cittadini e poliziotti possono provare a far sì che il “I have a dream” tanto invocato si tramuti finalmente in realtà.

A cura di Andrea Sciannimanico