Il 20 novembre 2018 la giovane milanese Silvia Romano viene rapita dal villaggio di Chakama in Kenya. In seguito, l’unica notizia certa che giunge in Italia è che sia stata venduta al gruppo terroristico di Al Shabaab e che si trovi in Somalia.  

Nei mesi successivi, le informazioni sul suo conto si fanno sempre più scarse e meno attendibili, ma nonostante ciò la famiglia e organizzazioni internazionali quali Amnesty International, non si arrendono e continuano a richiedere maggiore sforzo per la sua liberazione. Ed è così che il 9 maggio 2020 il Premier Giuseppe Conte annuncia su Twitter l’avvenuta liberazione di Silvia Romano ad opera dei servizi segreti.  

La notizia sembra essere un raggio di luce dopo periodo così buio per il nostro paese, ma così non è per molti. Difatti, non appena i giornali pubblicano la notizia i social si scatenano. Durante la diretta dall’aeroporto di Ciampino, la giovane appare vestita con abiti tradizionali somali e gli utenti riversano odio sulla venticinquenne sottolineando come “poteva restarsene a casa”, sembri in carne e per nulla provata dal rapimento o semplicemente che sorrida troppo per aver passato un periodo così terribile.  

Ma la questione non si ferma qua: alcune testate giornalistiche infatti non perdono tempo e iniziano a far circolare fake news con lo scopo di alimentare odio nei confronti di Silvia tra le quali, le più diffuse, riguardanti un avvenuto matrimonio tra lei e uno dei rapitori, nonché il fatto che la ragazza sia incinta.  

Immediatamente le voci vengono smentite, ma Silvia dichiara di essersi convertita all’Islam in maniera volontaria e di aver cambiato nome in Aisha (a proposito di ciò la giovane ha di recente aperto un profilo Facebook con questo nuovo nome). Anche questa affermazione sembra far infuriare il popolo del web e gli insulti dunque non si fermano. A seguito dell’arrivo di Silvia in Italia, gli articoli di giornale sul suo conto si aggirano intorno alla decina per testata giornalistica al giorno, e difatti al rientro a casa a Milano, la famiglia Romano viene bloccata da un’ondata di giornalisti: assembramenti che non fa altro che alimentare la rabbia sui social.  

La ragazza sembra non avere pace e qualsiasi notizia giri sul suo conto non fa altro che alimentare astio da parte di leoni da tastiera. Nessuno può comprendere cosa la ragazza abbia vissuto o, da un punto di vista psicologico, cosa l’abbia portata alla conversione, ma questo poco importa a chi legge le notizie dietro lo schermo di un computer o di uno smartphone. Gli insulti non si limitano ai social, ma arrivano perfino all’interno della Camera dei Deputati dove il deputato della Lega Alessandro Pagano definisce la ragazza una “neo-terrorista”, scatenando lo sdegno in aula e venendo di conseguenza ripreso dalla vicepresidente della Camera Mara Carfagna.   

Nei giorni successivi gli articoli su Silvia non si fermano, ma risultano essere sempre più ridicoli, quasi sia necessario scrivere qualcosa sul suo conto e non sia possibile lasciarla vivere in tranquillità con la sua famiglia. Appena la volontaria esce di casa, molte testate pubblicano la notizia con il titolo “Silvia Romano va dall’estetista”, e chi non lo fa, si vanta di tale cosa scrivendo articoli quali “Perché non vi diremo che Silvia Romano è andata dall’estetista”, con un risultato simile a “perché non vi diremo che il cavallo bianco di Napoleone è bianco”.  

A giorni dal suo rientro in Italia, inoltre, continuano i ritrovamenti di cocci lanciati sulle finestre della sua abitazione in segno di protesta contro la liberazione.  

Da un punto di vista razionale e obiettivo, molte critiche sono state mosse nei riguardi della Onlus alla quale Silvia si era affidata per il suo viaggio in Kenya: Africa Milele. È stata difatti aperta un’inchiesta sulle mancanze da parte di questa associazione nei riguardi dei suoi volontari, non solo direttamente sul campo, ma anche per quanto riguarda una preparazione pre-partenza che sembra sia completamente sottostimata se non addirittura inesistente.  

Per quanto riguarda il caso specifico di Silvia Romano, sembra che l’agenzia non avesse neanche contratto un’assicurazione per il viaggio in Kenya della cooperante. È senza dubbio sbagliato rimproverare chi, con spirito altruista, parte per dare aiuto in altri paesi, ma è al tempo stesso fondamentale avere una preparazione su ciò che si andrà ad affrontare e affidarsi ad associazioni competenti.  

Su Silvia nessuno ha il diritto di commentare, nessuno ha vissuto ciò che ha vissuto lei e in uno stato di diritto come il nostro non ci si può in ogni caso indignare per la liberazione di una ragazza, partita con intenzioni nobili, e convertitasi in circostanze inimmaginabili.  

È vero però, che a livello burocratico è necessaria più attenzione nei riguardi di associazioni e agenzie e dell’organizzazione dietro progetti di questo genere anche per evitare che, come è innegabile in questo caso, ingenti somme di denaro finiscano in mano a gruppi terroristici. Sostegno nei confronti di Silvia è stato dimostrato da esponenti di entrambe le religioni cattolica e musulmana: il parroco del quartiere Casoretto di Milano, Don Enrico Parazzoli, ha dichiarato di avere grande rispetto per la ragazza e così ha confermato l’Imam di Milano che ha espresso la volontà di incontrarla come cittadina e come credente. C’è poco da giudicare sulla cooperante, possiamo dunque solo dirle “Bentornata a casa”. 

A cura di Livia di Carpegna Gabrielli Falconieri