Esiliato dall’olimpo “disneyano”, il reietto divenuto cult a cui venne negata la produzione in homevideo per 13 anni: cosa non ha funzionato nelle avventure del guardiano di porci che rischiò di far fallire il colosso dell’animazione sfidando un Oscuro Signore? Vogliamo davvero sapere cosa accadde quando i topoi narrativi del fantasy si impastarono al classico design disney? Allora mettiamoci comodi e addentriamoci, anche grazie alla nuova piattaforma di streaming Disney+, nei chiassosi e kitsch anni 80, dove, per la prima volta, a casa del più famoso topo della storia, comincia a respirarsi un’aria diversa.  

La raison d’être che pose sulle scrivanie degli sceneggiatori Disney i cinque romanzi fantasy di Lloyd Alexander, autore della saga de Le cronache di Prydain, è principalmente la disperata necessità d’innovazione. Sentendo la pressione dovuta all’impossibilità di ricreare capolavori validi quanto quelli dei favolosi anni 60, gli sceneggiatori figli del cambio generazionale vollero portare sul grande schermo un prodotto che sapesse proiettare le ambientazioni fantasy in chiave cartoon, sulla scia del successo di pellicole quali Lady Hawke o Il signore degli anelli di Bakshi, seppur mai terminato per i pochi incassi. 

Ma andiamo brevemente  alla trama.  “Vi era un Re così crudele che perfino gli dei lo temevano. E poiché non esisteva prigione dove potesse essere tenuto rinchiuso, venne buttato vivo in un crogiolo pieno di ferro fuso. Ma la sua anima malefica non morì, e prese la forma di una grossa pentola magica”. Un incipit dark ben diverso dal classico e romanticheggiante “c’era una volta”. Immergendo improvvisamente il pubblico in un universo più simile a Dungeons & Dragons che ad una fiaba, avrebbe forse giovato una transizione più dolce e progressiva?  

Il giovane Taron vive col compito di accudire Evy, una maialina speciale in grado di trovare la pentola magica che dona potere immenso sul mondo intero. Come un maiale possa apparire tanto stucchevole ancora non mi è chiaro. Il crudele e palesemente malvagio re Cornelius, per trovare la pentola ed evocare un esercito di morti incarica i suoi sgherri di rapire l’animale, e il ragazzo, con l’aiuto di un menestrello che ha visto giorni migliori, una principessa incredibilmente slavata ed una appiccicosa creatura dal pelo posticcio e innato istinto per la fuga, faranno di tutto pur di liberarla e impedire al re d’impossessarsi del globo. Un viaggio dell’eroe classico ma stranamente nuovo. 

Solo nel ’73 si decise di portare seriamente avanti il progetto, tra l’abbandono di due dei migliori sceneggiatori e l’introduzione della moderna computer grafica. Il film sarà pronto nell’84, ma la proiezione di prova fu un disastro: bambini in lacrime, genitori inorriditi. Il produttore, Katzenberg, successivamente famoso per la creazione della DreamWorks Pictures, propose la scelta più drastica pur di rendere la pellicola più adatta ai bimbi: dodici minuti di tagli tra le lamentele del team e lo slittamento di diversi mesi per la prima. 

Il film arrivò allora nelle sale nel luglio dell’85 con un’esito ancor più disastroso che nel test: nessuna canzone, ambienti dark e claustrofobici, protagonista anonimo, una vecchia pentola cattiva e una principessa stucchevole e attaccata alla storia con lo sputo. Non solo le scene non sono intervallate da nessuna canzone, spalle comiche o animali parlanti, ma le uniche melodie, opera di Bernstein, sono più gotiche e sperimentali di quanto si possa ricordare in nessun altro classico Disney. Il film incassò al botteghino 44 milioni, pur essendo costato più del doppio, e fu così che la Disney spedì nel dimenticatoio il figlio reietto, impedendone la proiezione per più di un decennio.  

Siamo tutti consapevoli di quando negli universi fantasy sia comune e affascinante trovare la  malvagità associata a un artefatto decisivo per il plot, e nonostante gli elementi classicheggianti la caratterizzazione del Villain è d’avanguardia: un pericoloso miscuglio di poteri oscuri, inclinazioni politiche , corna e scontantissimo volto da teschio, come se i deliri d’onnipotenza non bastassero a inquadrarlo come pazzo assassino. Mostratoci sempre nella penombra, è circondato da una schiera di servitori deformi e ridicoli, e soprattutto molto meno convinti del proprio padrone. Un elemento in particolare mi ha sconvolto in prima persona: il sangue. Nulla di che, chiariamoci, parliamo di una goccia soltanto che scivola giù dal labbro del protagonista. Ma una singola goccia già a inizio film fa presagire quanto lontano il film sia dalle ottiche classiche a cui la casa di animazione ci ha abituato, e in cui mai il sangue sarebbe stato reso visibile. 

Eppure, il film disconosciuto tanto a lungo dalla Disney non merita l’oblio. Si va semplicemente a inserire in un contesto di fantasy puramente anni ottanta per i quali il pubblico, abituato al sicuro lieto fine e ai risvolti romantici che prontamente annullavano ogni connotazione oscura della storia, non era assolutamente pronto. Il film ci appare a metà tra un dipinto di Goya e un’animazione alla Tim Burton, il cui nome possiamo, guarda caso, effettivamente leggere tra quelli del  giovanissimo team di creatori.  

Semplicemente l’85 non era l’anno giusto per l’arrivo di Taron e d’un calderone che per fermare il proprio oscuro potere esige niente di meno che un sacrificio umano. Il film va oggi a incastonarsi in quel particolare paradiso dei cult che solo alcuni capolavori degli anni ottanta riescono a raggiungere, liberandosi finalmente dal buonismo che lo rese inapprezzabile nelle sale e autoproclamandosi, effettivamente, il venticinquesimo, e a dir mio incredibilmente anarchico, capolavoro Disney.  

A cura di Domenico Porcelli