Se mi chiedete qual è il più grande artista vivente, io hands down dico Elon Musk. Per chi non lo sapesse, Elon Musk è un genio-imprenditore ricchissimo, patron di Tesla e SpaceX. Nasce in Sudafrica nel 1971, si trasferisce negli Stati Uniti per frequentare l’università e rincorre il suo sogno immaginifico che mischia internet, esplorazione dello spazio ed energie rinnovabili. Non è un artista, non vende quadri, al contrario, inventa e produce jet e automobili del futuro, e poi li spara nello spazio. Se Elon Musk non è un artista, allora è un pazzo visionario, categoria di cui comunque mi accontento, in quanto vi rientrano tranquillamente i più grandi artisti della storia dell’umanità: Michelangelo, Van Gogh, Pollock, Basquiat, Goya, da Vinci e potremmo andare avanti.

Dunque, se in questa rubrica vogliamo indagare i confini dell’arte, allora bisogna parlare di quando Elon Musk, il 6 febbraio 2018, ha sparato in orbita una delle sue Tesla, con l’autoradio accesa su Space Oddity di David Bowie e la scritta “Don’t Panic!” sul cruscotto. È stato infatti in occasione del lancio di prova del Falcon Heavy, jet riutilizzabile prodotto da Musk per portare l’uomo su Marte, che una Tesla Roadster è stata utilizzata come carico e lanciata in orbita attorno al sole. Il conducente è un manichino vestito con una tuta spaziale, chiamato Starman: davanti a lui un viaggio lungo qualche decina di milioni di anni. 

Per l’occasione, l‘automobile è stata arricchita da riferimenti alla cultura pop del nostro secolo, pensati per l’eventualità in cui Starman incontrasse qualche forma di vita aliena intelligente. Durante le prime dodici ore di viaggio, la Tesla Roadster ha fatto risuonare nell’universo la canzone Space Oddity di David Bowie. Inoltre, all’interno della vettura, gli alieni troverebbero una copia della Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas e una della Trilogia della Fondazione di Asimov e, infine, tra i circuiti del veicolo potrebbero leggere il messaggio “Made on Earth by humans”, cioè fatto sulla terra dagli umani”.

Ormai la vettura è in orbita da più due anni, ha effettuato circa un giro e mezzo intorno al sole, percorrendo centinaia di miliardi di chilometri. Tuttavia non siamo sicuri di quale sia lo stato attuale della vettura: presumibilmente la maggior parte dei suoi componenti è quasi completamente distrutto, lasciando solo uno scheletro in fibra di carbonio, allumino e vetro. 

La storia di Elon Musk è quella di un instancabile romantico, che lavora al presente per reinterpretare il futuro. Un uomo che reinveste tutto suo capitale e rivoluziona interi comparti industriali, per trascinarci in una prospettiva del mondo che è in fondo molto poetica, emotiva e quasi infantile: l’idea di un futuro fatto di macchine che si guidano da sole e razzi che ci porteranno su altri pianeti. 

Allora, se il ruolo dell’arte è quello di riflettere sui dilemmi della società, e se il ruolo dell’artista è quello di proporne la sua originale visione, Elon Musk ci ha regalato il sogno di un futuro interstellare, ma ha anche creato la performance artistica che meglio riflette sulla sintomatologia delle sue stesse ambizioni, delle ambizioni dell’umanità.

 Vedere quella Tesla che solca l’universo, che plana alla ricerca di un incontro che non avverrà mai, ha suscitato in me una reazione di strana fiducia e tristezza. Da un lato la sensazione di essere testimoni dell’umanità che avanza inarrestabile, dall’altro la paura che questo progresso accanito sia in realtà senza meta. Un po’ come Starman, che vaga nello spazio portando un messaggio di una popolazione che da millenni cerca di arrivare alle stelle, ma la cui rotta solitaria è segnata da un destino malinconico. Forse a un certo punto ci dovremo fermare e guardare indietro, per capire dove siamo arrivati e dove vogliamo andare. 

Bowie in Space Oddity cantava di essere calmo, perché l’astronave sa che direzione seguire, osserva la Terra dal suo barattolo di latta e che “there’s nothing I can do”, non c’è niente che lui possa fare. Siamo anche noi su una traiettoria inarrestabile? Fino a che punto sappiamo dove stiamo andando? E siamo certi che sia la direzione giusta? Queste sarebbero domande da porre a Elon Musk, o a Starman, se un giorno tornerà sulla Terra. 

A cura di Matilde Perini