In questo ultimo mese abbiamo assistito alla diffusione di un unico problema, l’emergenza Covid-19, ma le risposte a questa emergenza sono state diverse. Possiamo vedere come le diverse azioni intraprese dagli stati a livello nazionale e internazionale stiano modificando il panorama geopolitico mondiale, siamo di fronte a una crisi anche economica che rischia di portare più paesi a una crisi istituzionale. Di seguito si analizzano le reazioni di Francia, Germania e USA, partendo dalle analisi proposte rispettivamente dal senatore Gaetano Quagliariello, dal professore Federico Niglia e dal professore Rosario Forlenza, intervenuti in occasione della conferenza “COVID 19: Comune emergenza sanitaria e diverse risposte in Europa e negli Stati Uniti” a cura della Prof.ssa Maria Elena Cavallaro per il ciclo di incontri “Le scienze sociali al tempo del Covid-19”. 

Il senatore Quagliariello ha iniziato il suo discorso illustrando alcuni aspetti istituzionali della Francia. La Francia, infatti, è dotata di uno strumento costituzionale per affrontare l’emergenza: l’articolo 16 della Costituzione. L’articolo, che fu forse l’articolo più contestato ai tempi dell’entrata in vigore della Costituzione ma che venne inserito comunque proprio perché servì al presidente De Gaulle durante le rivolte in Algeria, prevede una particolare procedura che darebbe poteri straordinari al Presidente della Repubblica in casi di emergenza. In questi giorni la Francia, come tutti i paesi del mondo, è in uno stato di emergenza, ma la pandemia si è affrontata senza far ricorso all’articolo 16, preferendo invece ricorrere ad altri tipi di strumento, come i decreti governativi. È stato il Presidente stesso a preferire così. Emmanuel Macron non ha svolto un ruolo decisionista, ma si potrebbe quasi dire che il suo ruolo sia stato quello di un arbitro super partes: a differenza di altri leader stranieri (basti pensare al nostro premier Conte che è intervenuto in più dirette Facebook) il Presidente francese è intervenuto in televisione solo due volte, ma ha usato un linguaggio di unione e di estrema chiarezza per dettare al meglio i tempi della crisi. Il time point per la riapertura è previsto per l’11 maggio, ma già la settimana scorsa aveva dato alcune indicazioni su una riapertura che terrà conto degli aspetti geopolitici ed economici, nonché delle classi di età. 

Per quanto riguarda la politica estera, l’aspetto da rimarcare è quello di un cambiamento di alleanze: l’abituale asse franco-tedesco che vedeva la Francia e la Germania sempre unite sul fronte europeo, sembra ora essere venuto meno. Parigi si è avvicinata ai paesi del Sud Mediterraneo, in particolare a Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, facendosi carico delle loro richieste per la creazione di una forma di strumento di debito comune europeo per fronteggiare la crisi sanitaria ed economica. Berlino invece sostiene il blocco dei paesi rigoristi del Nord Europa che insistono sul fatto che gli strumenti ad oggi a disposizione siano sufficienti. Tuttavia, questo non significa che si sia rotto il rapporto privilegiato tra Francia e Germania: infatti se prima questo rapporto aveva un accordo “a valle”, quasi imprescindibile, ora invece lo avremo “a monte”, come emerge dal susseguirsi delle videoconferenze del Consiglio europeo.  

Passiamo ora ad analizzare il caso tedesco illustrato dal professore Federico Niglia.  

Il caso tedesco è interessante in chiave di comparazione rispetto agli altri paesi europei perché è il paese che meno si è fatto trascinare dall’emozione.  C’è stata una presa di posizione molto pragmatica, allo stesso tempo il linguaggio adottato da Angela Merkel durante le conferenze è stato molto più moderato rispetto ad esempio a quello del primo ministro inglese Jhonson o a quello del Presidente statunitense Trump. Ma l’emergenza coronavirus in Germania ha creato il problema di stabilire chi deve decidere come far fronte all’emergenza. Il sistema federale tedesco gioca su degli equilibri che tengono conto della partecipazione dei Lander alle decisioni statali e anche con la pandemia in corso il sistema ha tenuto. Tuttavia non mancate alcune gestioni difficili, e allora la Merkel si è mostrata più volte in pubblico insieme ai capi dei Lander, proprio a dimostrazione del solido rapporto tra Stato federale e Lander. 

Un secondo aspetto indagato dal Professor Niglia durante la conferenza è stato la posizione tedesca in Europa durante l’emergenza. A dispetto di molte critiche, la Merkel conta di poter europeizzare la crisi. In effetti, si sta andando in questa direzione, come dimostrato dalla videoconferenza del Consiglio europeo del 23 aprile. È innegabile che la Germania da sempre abbia avuto un ruolo trainante dentro l’UE, ma la domanda da porsi è: alla luce di questa pandemia, diventerà più o meno leader in Europa? 

In conclusione, è doveroso riportare le osservazioni del professore Rosario Forlenza sulla reazione statunitense alla crisi. 

A inizio marzo sono iniziati a crescere i numeri di contagi da coronavirus negli Stati Uniti e ora, se guardiamo al numero di morti, gli USA sono il Paese più colpito. Lo sviluppo della pandemia ha messo in evidenza le differenze sociali degli USA, come dimostrato dal limitato accesso al sistema sanitario. Sono soprattutto le classi più svantaggiate quelle che pagano il tributo più alto di vittime, così come gli afroamericani e i latinos.  

L’iniziale risposta di Trump è stata molto discutibile: ha negato la pericolosità del virus senza verificare, più volte ripetendo che fosse tutto sotto controllo. Ma l’idea che il problema non potesse riguardare gli Stati Uniti è stata molto presuntuosa. Il Presidente ha usato un linguaggio nettamente opposto a quello di Macron (che come abbiamo detto si è appellato molto alla coesione), puntando invece a individuare “il nemico”, prima individuato nell’ex presidente Obama, che secondo Trump ha danneggiato il sistema sanitario, poi nell’OMS, accusata di non essere intervenuta tempestivamente, e infine nel laboratorio cinese di Wuhan.  

In ultimo bisogna ricordare che a novembre si voterà per il prossimo Presidente, quindi il dibattito pubblico americano non è incentrato solo sul coronavirus, ma anche sulle elezioni presidenziali e di conseguenza sull’economia. Le elezioni si vincono su motivi di politica interna ed economica, e l’aumento del tasso di disoccupazione in USA registrato in questo mese rischia di essere un grosso problema per il presidente. Trump invoca la riapertura, ma la decisione spetta ai governatori dei singoli paesi e, se da una parte questo può sembrargli sfavorevole, dall’altra giocherebbe invece a suo favore perché così, in caso di errato timing di riapertura, Trump si troverebbe in una posizione deresponsabilizzata da cui poter criticare i governatori.  

Ma il Presidente è sempre stato contrario al principio check and balance e invoca ora una Total authority per scavalcare le restrizioni decise dai governatori. Bisogna quindi chiedersi: cosa ne sarà della democrazia dopo questo stato di emergenza? E se Trump rinviasse le elezioni con la scusa di dover preservare la salute e sicurezza pubblica?  

In sintesi, con questa analisi sulle diverse risposte all’emergenza Covid-19 è emerso come la pandemia possa modificare sia il rapporto dello stato centrale con gli stati membri (prendendo in analisi Stati Uniti e Germania) sia le relazioni internazionali (come il caso della momentanea sospensione dell’asse franco-tedesco). La crisi è in tutti i paesi, c’è un’unica emergenza ma le risposte sono diverse. Bisogna ora chiedersi come ricostruire la ripresa del sistema produttivo: la sfida rimane quella di coniugare l’aspetto emergenziale sanitario a quello economico.  

A cura di Eleonora Germano