“Credi in Dio? Questo mese, sì”.

Il Buco (2019)

Nell’horror distopico Il Buco, il regista Galder GazteluUrrutia riporta una visione tanto cinica quanto strumentale del rapporto con la divinità. Dentro al buco, infatti, il rapporto con Dio si riduce ad un appiglio alimentato dal crudo spirito di conservazione dell’essere umano confinato all’interno di una prigione. Quest’ultima, è posta in verticale su più piani. Ogni piano presenta un’apertura attraverso cui passa una piattaforma che, dal primo piano fino all’ultimo, porta il cibo per i detenuti.  

Man mano che la piattaforma scende, i prigionieri di ogni piano hanno un tempo limitato per sfamarsi, prima che la piattaforma riprenda la sua discesa. Più la piattaforma scende verso il basso, meno cibo porta. Dunque, vi è una differenza imposta tra i vari detenuti, la quale non è esente a cambiamento. Questi, infatti, cambiano cella ogni mese.  

La sorte dei detenuti è raccontata attraverso gli occhi di Goreng (Ivan Massagué), il quale si presta volontariamente ad entrare nel buco in cambio di un titolo di studio. Come concesso a tutti coloro che accedono alla prigione, Goreng è libero di portare con sé un oggetto a scelta: è il Don Chisciotte della Mancia, di Miguel de Cervantes Saavedra. Tra coltelli e katana, la scelta di un libro, quel libro, è un simbolo tanto ovvio quanto potente, che non lascia indifferente l’Amministrazione. Questa, infatti, vede in Goreng un catalizzatore, in grado di provocare all’interno del buco un atto di solidarietà spontanea. Lo scopo della prigione, come viene spiegato, è proprio quello di studiare il comportamento umano in condizioni di cattiva distribuzione delle risorse.     

In opposizione al protagonista, che attraverso una discesa nel buco trova un eroismo tanto ambiguo quanto controverso, si pone il personaggio di Trimagasi (Zorion). Sprezzante di chi è sotto per il semplice motivo che è sotto, il primo compagno di cella di Goreng odia chi sta sopra per aver avuto più fortuna di lui. Il Samurai-Max che porta con sé durante la detenzione, è un coltello capace di tagliare le superfici più dure senza mai smussarsi. Attraverso l’anziano detenuto, incarnazione di spietata razionalità e spirito di sopravvivenza, Goreng impara le logiche più impietose della prigione. “Meglio mangiare che essere mangiati”, anche se ciò avviene a discapito del proprio compagno negli abissi del piano 171. 

In un universo chiuso, tanto estraneo quanto simile al mondo esterno, l’unico capace di partorire un pensiero ragionevole e altruista ha vita ardua e si afferma come un glitch all’interno del Matrix. Proprio la contrapposizione netta tra Goreng, i prigionieri e la prigione stessa, insinua che la presenza dell’eroe armato di libro non sia casuale. A confermarlo è la sua seconda compagna di cella Imoguiri (Antonia San Juán), ex dipendente dell’Amministrazione.  

La donna è colei che ha ammesso Goreng all’interno del programma, ed in virtù delle sue scelte e del suo profilo psicologico arriverà a definirlo il Messia, colui in grado di portare un cambiamento all’interno della “macchina”. Il rapporto tra Sacro e profano, tra Dio ed essere umano, è ancora una volta decontestualizzato e letto in chiave nichilista. Proponendo un razionamento del cibo ed un approccio più solidale al meccanismo della prigione, Goreng viene prima additato come comunista da Trimagasi, e poi come il Messia. 

La situazione di criticità e tensione in cui vertono i prigionieri, inoltre, rende volontà e concezione molto più facili da manipolare rispetto ad un contesto ordinario. Mentre i detenuti si rifiutano di ascoltare Goreng finché esso stesso non utilizza la forza, l’attendibilità e la veridicità delle informazioni giocano un ruolo chiave nel lungometraggio. Sulla scia di capisaldi del cinema come Blade Runner e Taxi Driver, le informazioni riportate dai personaggi sono raramente veritiere. Anche nel momento in cui lo sono, non è possibile individuare un personaggio che resti coerente con ciò che afferma.  

In sostanza, Il Buco è un film in cui tutti dicono una cosa e finiscono per fare l’esatto opposto. Questo si nota nel personaggio di Bharat, ultimo compagno di cella di Goreng. Fiducioso nell’aiuto divino, l’oggetto che porta con sé è una fune con la quale risalire il buco ed evadere. Il progetto di fuga, purtroppo, si scontra con il rifiuto di cooperazione da parte dei prigionieri dei piani sovrastanti. L’incertezza e la natura fallace delle informazioni si riflette ancora nel piano che i due compagni elaborano al fine di rompere la macchina, cioè mandare in panne l’intero sistema della prigione. L’intenzione è quella di accompagnare la piattaforma nella sua discesa e razionare il cibo fino ai piani inferiori, punendo con la forza coloro che si oppongono. 

 Nell’universo de Il Buco, nulla è come si presenta. Qualsiasi idea cambia e si trasforma in virtù del semplice spirito di sopravvivenza. A vestire i panni di Dio sono tutti e nessuno: Goreng è un Dio altruista, Trimagasi un Dio spietato, Baharat un Dio speranzoso. La figura della divinità, tanto quanto il rapporto con essa, sono effimeri e cangianti. All’interno della prigione Dio è assente, o perlomeno volontariamente disinteressato. Questa mancanza, si traduce in spirito di conservazione e disperata voglia di vivere.  

I prigionieri, compreso Goreng, sono pupazzi comandati dal desiderio ancestrale e primitivo di restare in piedi, anche se questo significa sopprimere ogni compagno. Il fatto che Goreng si elevi a Messia e porti solidarietà all’interno del buco avviene contemporaneamente alla discesa dell’eroe stesso nei fondali della prigione. Quest’ultima, però non è solamente la prigione di cemento in cui risiede. La vera prigione è la mente dell’eroe (e di tutti i prigionieri), che per risalire e rompere la macchina è costretto ad attraversare i meandri più bui e violenti dell’esistenza umana. Mors tua vita mea: per Goreng l’unica possibilità di risalire è raggiungere il fondo.  

Chi è l’eroe se non qualcuno che ha visto ciò che di peggio è capace di creare la natura umana, scegliendo di non farne parte? Il giovane Skywalker rinnega il proprio doppelgänger per essere pronto a compiere il proprio destino. Frodo guarda nella gola del Monte Fato per portare a termine il proprio compito. Ispirandosi a quella che è la vena filosofica ed esistenziale che il film porta con sé, viene spontaneo chiedersi cosa accada una volta che la speranza ed il rapporto stesso con essa vengono a vacillare. 

Come confrontarsi con il rischio che messaggio di cui si è portatori non arrivi mai a destinazione? A cosa serve toccare fondo se messaggio che si porta potrebbe non essere compreso? Sono sempre giustificati i mezzi se il fine è socialmente ritenuto nobile?  
E soprattutto, perché nessuno mangia le lumache? Sono domande a cui non ci è dato conoscere risposta. Il regista, così come la coscienza umana, comodamente e misteriosamente non assumono una posizione nitida. Sono domande a cui rispondere nel proprio intimo, durante una personale discesa negli abissi, al fine di comprendere che eroe non è soltanto chi combatte a spada tratta. Sono domande che rimangono candidamente in quella culla di quesiti che, per chi ci crede, stanno leggermente adagiate sulle labbra del cielo.  

A cura di Gianmarco Belcastro