Supereroi: questa è la professione dei medici. Nelle ultime settimane li ergiamo su un piedistallo, cinti con una “corona” d’oro e contornati di addobbi natalizi, calzanti un bianco camice immacolato. La disperazione dei loro volti, le loro lacrime commoventi, fanno quasi da contraltare all’infinito numero di pazienti che intasano le corsie degli ospedali.  

Migliori attori protagonisti di questo thriller apocalittico, sono saliti sul palco aggiudicandosi l’Oscar per l’interpretazione in The Dark Knight Rises Again. Dismesso l’abito da monaco, ora indossano il mantello nero stando a stretto contatto con il pipistrello (che ha infettato l’uomo), secondo la logica del tenersi i nemici ancor più vicini. Perché alla fine alcuni medici si sentono un po’ Bruce Wayne: con il suo spessore e il suo riconoscimento sociale, con i suoi soldi e con la bat mobile (o barca al Circeo) annessa, pronti a puntare in cielo il proprio proiettore. 

Gentiluomini che non sono però riusciti a disintossicarsi del tutto dalle dottrine della “Setta delle ombre”, ripercorrendo alcuni dei sette vizi capitali: superbia, lussuria, gola. Poi, comunque, il chirurgo deve pur sempre operare, necessario o meno, perché il fatturato deve aumentare e, si sa, il processo è più veloce senza fatture. 

Ci sono primari che lo diventano per scelte politiche; i farmaci prescritti in cambio di cene e regali (da vedere a tal proposito è il Venditore di Medicine, 2013), non fanno altro che alimentare la leggenda del cavaliere senza volto. E ancora, la celeberrima casta per la quale la possibilità che il figlio segua le orme del medico della famiglia è in percentuale molto elevata. Non sempre, purtroppo, si ha a che fare con il Dottor House scorbutico, ma risolutivo, perché alla fine quello conta. Le complicanze sono dietro l’angolo e bisogna stare attenti che il bastone non ci faccia lo sgambetto.  

Quella del medico non è una professione come le altre, la sensibilità è una competenza necessaria, il rapporto con il paziente è un aspetto centrale, maggiormente nei casi di una fragilità emotiva della persona seduta dall’altro lato della scrivania. Il Covid-19 può rappresentare uno spartiacque per quei dottori che troppo spesso hanno anteposto se stessi al paziente.  

La mascherina può rappresentare il velo di Maya che ha negato loro di osservare la realtà. In questo continuo oscillare fra noia e dolore che dipinge queste settimane, il velo è stato squarciato da chi in prima linea ha compiuto il suo dovere, contribuendo alla causa e facendosi promotore di un paradigma da perseguire. Come in Cecità di J. Saramago, non siamo in grado di vedere un orizzonte, ma solo il tramonto del sole dalla nostra finestra che si fa sempre più stretta. Siamo “ciechi che pur vedendo non vedono”.

Forse l’emergenza Covid ha portato una ventata di umanità in chi aveva il cuore ingrigito, con l’auspicio che i dottori che si sentono onnipotenti diminuiscano, consapevoli di indossare non il mantello da supereroi, ma il camice bianco. 

A cura di Andrea Sciannimanico