In che misura è possibile rinunciare alla propria individualità? Quali fattispecie giustificano una rinuncia al nostro libero arbitrio? Cosa definisce la nostra essenza di uomo? Numerosi artisti, scrittori e pensatori hanno affrontato il tema dell’omologazione e raccontato dei tentativi di chi ha cercato di preservare la propria identità in ambienti che tentano di opprimerla.

Un esempio lampante della trattazione di questo tema è il capolavoro “1984” di George Orwell. Il romanzo racconta di uno Stato dove vige un regime dittatoriale. Al governo vi è un partito unico, guidato da un uomo di cui nessuno conosce l’identità ma il cui volto, rappresentato in ogni manifesto propagandistico, viene accompagnato dalla nota didascalia: “Il grande fratello ti sta guardando”.

I cittadini  vengono monitorati costantemente da telecamere anche all’interno delle proprie abitazioni. In ogni momento della giornata il Partito diffonde messaggi su larga scala al fine di mantenere un controllo costante sulla mente dei suoi sottomessi. La tradizionale lingua nazionale subisce una semplificazione e vengono abolite tutte quelle parole appartenenti a sfere semantiche che  potrebbero causare pensieri legati alla libertà e alla democrazia.

Winston Smith, il protagonista, rappresenta un uomo la cui individualità è riuscita a preservarsi  e, accorgendosi gradualmente della condizione precaria in cui vive, comincia a sviluppare ostilità nei confronti del governo. Nel corso della sua pacata lotta all’omologazione, Winston viene scoperto, catturato e arrestato. Sottoposto a torture fisiche e psicologiche, l’uomo viene costretto a rinunciare ai suoi valori e alla sua identità di singolo per diventare parte passiva di un insieme onnipotente e immortale: il Partito.

Orwell, nonostante la chiara denuncia ai totalitarismi, non vede nel singolo la possibilità di riconquistare libertà e affermare la propria individualità. Il romanzo si conclude infatti con Winston che, totalmente lobotomizzato, viene reinserito in società come servitore devoto del Grande Fratello, pentito del suo tentativo di sabotarlo.

L’opera cinematografica “Arancia meccanica”, di Stanley Kubrik, rivisitazione del romanzo di Anthony Burgess, consente un ulteriore e differente spunto di riflessione sull’argomento. La storia, anche questa ambientata in un futuro distopico, narra di Alexander DeLarge, un giovane stravagante a capo di una banda criminale.

Il protagonista e i suoi compagni trascorrono il proprio tempo dedicandosi a stupri, furti e brutalità di ogni genere. Una sera però, il giovane protagonista perde il controllo e una delle abituali aggressioni sfocia in omicidio: Alex viene arrestato e condannato a 12 anni di reclusione. Quando in carcere si diffonde la notizia di un trattamento rieducativo sperimentale del nuovo governo, Alex, conscio della relativa promessa di scarcerazione, decide di sottoporvisi. Il protagonista, una volta accettate tutte le condizioni, viene quindi traferito in una clinica dove inizia la terapia. Il programma di cura si rivela più atroce e violento del previsto e i medici ricorrono a torture fisiche e psicologiche al fine di neutralizzare la personalità del criminale e renderlo, per l’appunto, un’ “arancia meccanica”.                                                                                                                    

I funzionari governativi, osservando i risultati sul ragazzo, ritengono la procedura un successo mentre il cappellano della prigione si dichiara perplesso. Secondo quest’ultimo, la buona condotta dovrebbe infatti essere una scelta cosciente e non indotta con violenza. Il ragazzo viene rilasciato ma il condizionamento comportamentale lo ha reso innocuo, indifeso e in balia della furia vendicativa di alcune delle sue vittime e dei suoi stessi ex-compagni. Impotente e incapace di integrarsi nella sua nuova condizione, Alex tenta il suicidio.                                                     

Giunta al finale la pellicola di Kubrik si discosta dalla trama originale dell’omonimo romanzo. Il protagonista si risveglia dal coma ma i risultati della terapia sono svaniti, Alex è tornato in sé. All’ospedale il ragazzo viene raggiunto dal Ministro dell’Interno che, spaventato per la reputazione del governo, gli propone un’alleanza: se il criminale rassicurerà l’opinione pubblica sulle sue attuali condizioni psicofisiche, in cambio, potrà tornare alla vita di prima, con un lavoro, una buona paga e forte della tolleranza delle istituzioni sulle brutalità che andrà a compiere. Alex compiaciuto, accetta, immaginando già il suo ritorno alle origini.                                             

Kubrik , diversamente da Orwell e dallo stesso Burgess quindi nega l’esistenza di un potere esterno in grado di omologare la mente degli uomini e cancellare i tratti distintivi degli stessi: la vera identità resterà latente fino al momento in cui torneranno le condizioni per riportarla alla superficie.                                                                        

Nel corso della storia gruppi di influenza sono riusciti, approfittando di momenti di crisi, a radicare nella mente della maggioranza un’idea attraverso il mezzo del pregiudizio. Il pregiudizio porta inevitabilmente a una visione di parte che sfocia a sua volta nell’ignoranza diffusa, grazie alla quale sono stati giustificati culturalmente fenomeni come le persecuzioni, le segregazioni razziali e le guerre.

Attorno ai tragici eventi di cui è macchiata la storia di ogni paese è vero d’altra parte che non sono mancati gli atti di opposizione di chi, forte dei propri valori, ha rischiato la vita pur di farsi sentire, pur di tentare di fermare queste atrocità e risvegliare la coscienza di chi sembrava non voler vedere. Anche nella vita di tutti i giorni possiamo assistere a fenomeni di omologazione anche se di calibro inferiore.

E’ stato dimostrato che nel quotidiano approccio sociale  e ancora di più sul web, le persone per timore di essere escluse o giudicate, quando coscienti di avere un’opinione discordante rispetto a quella della maggioranza, tendono a non esporsi o a conformarsi ad essa. La paura dell’emarginazione sociale ci porta a non manifestare liberamente i nostri pensieri ma a filtrarli o peggio, a sopprimerli . In questo senso, solo la conoscenza, la curiosità e i nostri valori, coltivati e consolidati nel tempo ci possono consentire di avere sovranità sulle nostre decisioni e non lasciarci manipolare passivamente da chi ci circonda . La cultura personale è l’unico mezzo che ci permette di salvaguardare la nostra individualità. E’ altrettanto importante che il libero arbitrio del singolo non vada sempre ed indistintamente a compromettere la coesione e l’armonia dell‘insieme di cui fa parte.

L’intento di Kubrik, non è infatti quello di inneggiare alla violenza del singolo come forma di ribellione ad una società corrotta ma di esprimere invece un messaggio di denuncia verso gli strumenti usati da quest’ultima. L’accusa viene rivolta a tutte quelle forme di governo che, ai fini di mantenere ordine e approvazione, perpetrano, alla pari dei criminali, atti di violenza anche se in maniera meno evidente. Il regista considera l’eliminazione del libero arbitrio un abominio. La frase tratta dal romanzo “Arancia Meccanica” è emblematica in tal senso: “Un uomo che non può scegliere cessa di essere un uomo”.

La costituzione di una società stabile, come scrisse nel “Contratto Sociale” Jean Jacques Rousseau,  non deriva infatti dalla sottomissione passiva di un insieme, ma da una delegazione volontaria e cosciente della libertà individuale di ciascun cittadino effettuata al fine di ricevere in cambio la più rilevante libertà civile.

A cura di Alessandra Vescovini