“Stavolta andrà tutto bene” dice Giulio Regeni mentre cinge in un abbraccio Patrick Zaky, nell’opera della street artist Laika, comparsa la notte tra il 10 e l’11 febbraio a Roma in via Salaria, di fronte alla sede dell’Ambasciata d’Egitto.

Patrick George Zaki, ventisette anni, attivista e ricercatore dell’Università di Bologna, è stato arrestato all’aeroporto del Cairo il 7 febbraio 2020 e rimarrà in detenzione preventiva fino a data da destinarsi, a causa della diffusione del coronavirus.

Al suo atterraggio al Cairo è stato trattenuto, ammanettato e interrogato sulla sua attività di ricerca e il suo percorso di studi. I capi di imputazione sono la diffusione di false notizie che disturbano l’ordine sociale, l’incitamento a proteste per minare l’autorità e provocare la destituzione del governo, accuse che fanno parte del modus operandi delle autorità egiziane contro attivisti, studenti, avvocati e giornalisti.

Zaky si trova attualmente in stato di detenzione cautelare a Talkha, una città sulla riva occidentale della Damietta, nella regione del Delta, e resterà in carcere senza possibilità di ricevere visite esterne. Infatti, l’udienza che avrebbe dovuto interrompere o estendere la carcerazione preventiva è stata rimandata, per la quinta volta consecutiva, a data da destinarsi.

La vicenda del giovane attivista, impegnato nella difesa dei diritti umani e in studi di genere, riapre in Italia la ferita mai rimarginata del caso Regeni. Infatti, a quattro anni dalla scomparsa del ricercatore friulano, l’arresto arbitrario e le minacce subite da Zaky, inducono a chiedere giustizia, verità e rispetto per i diritti umani e a riconsiderare i nostri rapporti con l’Egitto di Al Sisi.

Il nostro interesse per questo prigioniero politico, però, non deve essere accantonato a causa dell’emergenza sanitaria, poiché, come ha dichiarato in una nota ufficiale Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, “L’obiettivo della detenzione preventiva prolungata è di consegnare un prigioniero all’oblio. Per questo, è fondamentale che in vista delle udienze che eventualmente seguiranno, non si disperdano l’entusiasmo, l’emozione e la solidarietà dell’ultimo mese e che ognuno continui a fare la sua parte”.

La diffusione del coronavirus nelle prigioni egiziane, luoghi sovraffollati e privi di norme igieniche, in cui è impossibile rispettare la distanza di sicurezza, rappresenterebbe una tragedia, soprattutto per soggetti deboli come Patrick, malato d’asma.

La preoccupazione cresce. Il rischio di contagio nelle carceri egiziane, che ospitano più di 60.000 prigionieri politici, è molto elevato e nell’eventualità che il virus penetrasse quelle mura, si diffonderebbe velocemente, con risvolti sicuramente drammatici.

Come se non bastasse, in Egitto è stato imposto il coprifuoco dalle sette di sera alle sei del mattino e tutte le attività sono chiuse. In un momento così complicato e incerto, l’attenzione nei confronti di Patrick deve rimanere alta.

Una tale violenza verso l’integrità fisica e morale della persona è inammissibile e non possiamo rischiare di sbagliare un’altra volta. Non si può fermare la giustizia.

A cura di Matteo Testa