In queste lunghe giornate di quarantena l’opinione pubblica viaggia alla velocità della luce tramite social networks, giornali online, newsletter, scontrandosi con una elevatissima varietà di contenuti che spaziano dalle notizie ufficiali alle intramontabili leggende metropolitane.

In particolare, sono stati oggetto di pubblico dibattito i piani di manovra proposti in sede di Unione Europea per sostenere i Paesi Membri e le diverse prese di posizioni che questi hanno generato in Italia.

Non sono passati inosservati alcuni episodi “singolari” a livello istituzionale. Un primo esempio ne è sicuramente il mancato coinvolgimento di David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, in occasione della seconda videoconferenza tra i 27 leaders, che riguardava le discussioni sulla risposta da portare alla crisi sanitaria ed economica.

Si aggiungano le dimissioni del professor Mauro Ferrari, presidente del Consiglio Europeo della Ricerca (Cer), il quale ha affermato di essere estremamente deluso dalla risposta europea al Covid-19, dopo che la sua proposta di concentrare le forze del Cer sul nuovo virus ha ricevuto un “no” all’unanimità.

E ricordiamo il no ostinato dell’Olanda agli Eurobond che, al contrario, ha contribuito alla formazione di una forte quanto inedita alleanza tra i Paesi del Mediterraneo.

Tuttavia, la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha pubblicamente rivolto le sue scuse all’Italia per averla lasciata sola a gestire l’emergenza, dichiarando che l’atteggiamento degli Stati Membri cambierà, e che d’ora in poi l’Europa ci sarà.

Pertanto, all’interno di questo clima, ho ritenuto interessante intervistare alcuni colleghi studenti magistrali del dipartimento di Scienze Politiche della LUISS Guido Carli, ponendo il focus del discorso su una riflessione critica circa l’effettivo impatto delle misure adottate fino ad ora, e una considerazione su possibili scenari futuri.

Il primo dei ragazzi con cui mi sono voluto confrontare è Giuseppe Lavanga, studente del primo anno magistrale nel corso di studi Governo e Politiche, profilo Istituzioni e Politiche, nonché attuale Consigliere comunale di Cormons (GO).

C’è stata una risposta da parte dell’Unione Europea?

Fino ad ora una risposta a livello europeo c’è stata. Sebbene i ministri olandesi e tedeschi dicano che sia stata una risposta forte e adeguata, queste misure non sono affatto sufficienti, sia per quanto riguarda quello che viene percepito in Italia sia per l’effettiva situazione del Paese. Nel trambusto che ha seguito il discorso di Giuseppe Conte, nel quale ha preso la scena il diretto attacco a Matteo Salvini e Giorgia Meloni, il Premier ha affermato un concetto molto importante: la risposta europea o sarà ambiziosa o non ci sarà. Lo stesso governo italiano, quindi, si aspetta una risposta molto forte.

Di fronte a questa situazione di emergenza, l’UE si è dimostrata compatta e forte o fragile e insicura?

La crisi indotta dalla pandemia non ha fatto altro che portare a galla quelle che erano le falle e le criticità di una Unione Europea intesa in questo senso. Si è dimostrata ancora una volta un insieme di interessi particolaristici messi assieme in una organizzazione sovranazionale, che però sembra protendere verso interessi economici e, soprattutto, verso chi ha le finanze più stabili, quindi la Germania. Non dobbiamo dimenticarci che nel prossimo semestre sarà proprio quest’ultima a prendere la presidenza dell’Unione Europea, potendo quindi gestire direttamente dalla regia di comando quello che sarà lo scenario post-crisi assieme a tutte le conseguenze sociali ed economiche che verranno a succedersi.

Quali sono i possibili scenari futuri?

Difficile dirlo in questo momento, perché secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale per l’Italia ci si aspetta un crollo vertiginoso del Pil nel 2020, con una ripresa solo parziale nel prossimo anno. Sicuramente gli scenari futuri potranno essere influenzati dalle ondate populiste, poiché vediamo che sia in Spagna sia in Italia vi è una crescita dell’euroscetticismo guidata dai partiti che spingono verso un sovranismo più accentuato. In particolare, l’opinione pubblica italiana, con tutti i problemi finanziari e l’aumento della disoccupazione che verranno a crearsi nel post-crisi, risentirà di questa retorica. Secondo la mia opinione, se parliamo di Unione Europea non possiamo solo parlare di interessi economici, mercato unico ed interessi particolaristici, ma anche di solidarietà. Serve l’aiuto degli stati più ricchi a quelli più poveri, per non permettere un avanzamento della asimmetria economica all’interno dell’Unione.

Proseguiamo con Corrado Conta, studente del primo anno magistrale in International Relations, Global Studies.

Poteva essere più semplice gestire questa situazione?

Siamo onesti. Tutti noi, italiani, europei e la quasi totalità della popolaziona mondiale, ci siamo visti catapultati in una situazione che, soprattutto per noi, le nuove generazioni, è senza precedenti. È surreale la velocità con cui le nostre vite sono cambiate ed è surreale pensare di tornare alla normalità con la stessa velocità in cui questa crisi, senza confini, si è manifestata.

Che impatto avranno sull’opinione pubblica le decisioni prese fino a ora dall’Unione Europea?

Niente giri di parole, siamo tutti delusi dall’azione dell’Unione Europea, anche il più convinto europeista si sta domandando perché persista questa aura di ostilità da parte di quell’ istituzione che non solo finanziamo, ma soprattutto che deve tutelare i propri paesi membri tra cui noi, l’Italia. Non amo i dati, mai piaciuti, ma ne vorrei citare solo uno: il 67% degli Italiani al 13 marzo 2020 ritengono che far parte dell’Unione Europea rappresenti uno svantaggio, così giusto per dire. D’altra parte però, a chi dice che l’Europa deve stanziare fondi illimitati mettendo a disposizione tutte le proprie risorse devo rispondere che sta sbagliando.

Quali errori sono stati fatti nella negoziazione dei Coronabond e nelle linee di credito precauzionali del fondo salva Stati (MES)?

Non sono un economista e lungi da me esserlo, non mi dilungherò molto, ma attenzione: nessuna istituzione europea è stata ufficialmente coinvolta nell’aspro dibattito su questi due punti al di là dell’Eurogruppo. Stiamo parlando di un’organizzazione che si basa quasi interamente su trattati e accordi siglati tra Stati membri, e non devo ricordarvi io che i trattati non sono facilmente aggirabili senza il via libera di tutti i firmatari. Ritorniamo quindi al precedente capoverso, il problema non è l’Ue ma la mancanza di coesione dei suoi membri.

Per quanto riguarda il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), quello su cui si è discusso non era tanto l’utilizzo di questo fondo quanto i paletti fissati da rispettare a crisi finita, un vero e proprio salasso da affrontare nel caso dell’Italia. In ogni caso, con l’ultima votazione in Parlamento Europeo è stato bocciato l’utilizzo del MES come chiave di volta per la gestione della crisi da Covid-19.

Di cosa avrebbe bisogno l’Unione Europea per risolvere la crisi?

Buona volontà, coordinazione, unanimità e buon senso. Questa crisi non è risolvibile con bei discorsi, che comunque la signora von der Leyen non è incline a pronunciare, ma con azioni decise e forti che portino alla consapevolezza che l’unico modo di uscire dalla crisi è farlo insieme.

Intervista a cura di Federico Faccioli