Credo sia inevitabile, durante l’isolamento sociale a cui siamo costretti, buttarsi sul divano e scrollare l’intera homepage di Instagram, per poi passare alla sezione esplora e ricomiciare. Un paio d’ore dopo, uscendo da questo tunnel vagamente disgustati, cerchiamo di rimetterci ai nostri doveri. Il magnetismo del nostro cellulare però ci attira, e continuiamo così a vedere scorrere le facce, case, ricette dei nostri amici e di gente che non conosciamo. Lungi da me, in questa fresca puntata di Prospettive sull’Arte, mettermi a giudicare sul rapporto che abbiamo con i social, trovo tuttavia molto interessante la maniera in cui questi si sono inseriti nella nostra vita.

Il parallelo che viene naturale è quello tra realtà e finzione, tra vita vera e la rappresentazione che se ne fa online. Mi sembra in realtà che tracciare questa separazione sia più complesso di quello che sembra. In fondo i social network sono entrati nell’ecosistema della nostra esistenza come un’estensione della nostra mano, delle nostre dita e della nostra verità. La spinosa questione della manipolazione della realtà, per convincere gli altri in fondo noi stessi è, ora più che mai, aperta.

Prima di tutto dovremo abituarci a capire che forse una realtà concreta e una vita online separate, non esistono più. Il nostro profilo Instagram non è un avatar, ma una finestrella sulla nostra persona, da cui noi esibiamo ciò che vogliamo mostrare agli altri.  Ognuno è libero di rappresentare sé stesso come vuole. Anche nella “realtà” la percezioni della autenticità è soggettiva, la rappresentazione che facciamo di noi stessi verso gli altri riusciamo in qualche modo a controllarla –  tramite ciò che indossiamo e scegliamo di dire, ad esempio – anche se non è detto che sia ciò che effettivamente traspare. La verità è che noi tutti performiamo costantemente, e i social ci forniscono uno strumento di amplificazione delle nostre abitudini e insicurezze.

È in questa terra di nessuno fatta  di impressioni e condivisione assoluta, di inautenticità ed autorappresentazione che si innesta la ricerca di tanti artisti. Non solo utilizzando i social come piattaforma di visibilità, ma come strumento e parte integrante di una performance. Un esempio notevole è il dramma amoroso interpretato su Instagram da Miranda July, film-maker di culto, e Miranda Qualley, la giovane attrice rivelazione di C’era una volta a… Hollywood. Circa 624.000 followers sono stati trasportati nel tunnel della loro relazione gay, finta. Raccontata da una serie di intimi Facetime pubblicati sul profilo Instagram della regista, pianti, messaggi strazianti, il tutto nella cornice di una Hollywood patinata. La performance sembra quasi troppo vera. Interviene anche Jaden Smith, commentando uno dei video e trascinando i suoi ulteriori 14 milioni di followers in una videochiamata con July per cercare di trovare una soluzione.

Intima e artificiale, quasi una soap opera social, la performance riflette sull’autenticità della nostra vita condivisa e sulle emozioni che nascondiamo alla nostra comunità virtuale. Da un altro mondo provengono invece Samuel Batista e Sara Morsillo, i due ragazzi italiani dietro @zoomthashit, l’account in cui fingono di essere una coppia di celebrità “paparazzate” mentre sono in giro per Milano. Capovolgendo la logica del fenomeno dei paparazzi e rendendo la finzione così vera da trasformarla in realtà (nel frattempo sono diventati veramente celebri).  I due incarnano la fame di notorietà online che influenza molti giovani, ma anche il confine labile che esiste tra “verità” e la nostra percezione dei contenuti.

Lessi da qualche parte su Internet, che la performance è la sintomatologia del contemporaneo, se questo è vero allora la performance su Instagram è vera e propria avanguardia. I tanti artisti che operano sui social affrontano dilemmi relativi al modo in cui ci rapportiamo con la tecnologia, ma soprattutto con noi stessi e le nostre verità. Io sono la mia performance?

A cura di Matilde Perini