Nel marzo 2018 la World Bank ha pubblicato un report molto dibattuto nella Comunità internazionale in cui viene messo in risalto il ruolo del cambiamento climatico come propulsore delle migrazioni, con un focus particolarmente preoccupante per il nostro futuro prossimo. Secondo il report, entro il 2050 – che può sembrare lontano, ma è dietro l’angolo – circa 146 milioni di persone, appartenenti all’area dell’Africa sub-sahariana, asiatica e dell’America latina, saranno costrette ad abbandonare le proprie case a causa del cambiamento climatico.

Sebbene sia difficile prevedere con esattezza il numero di migranti che partiranno, poiché in questi casi vi è un concorso di svariati fattori mutevoli nel tempo, possiamo tuttavia affidarci ai pareri degli esperti – come l’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change – e, in parte, anche al nostro buon senso.

Basti prendere atto delle previsioni sulla crescita della popolazione, i cui dati sono molto più affidabili, per comprendere in quale direzione ci stiamo muovendo. La popolazione mondiale nel 2050 toccherà quota 9 miliardi e 740 milioni, di cui 2 miliardi e 490 milioni solo in Africa. Stando ai dati dell’IDMC – Internal Displacement Monitoring Centre – dal 2008, ogni anno, più di 26 milioni di persone vengono sfollate a seguito di fenomeni naturali imprevedibili ed immediati come inondazioni, tempeste o terremoti, ma anche fenomeni lenti e graduali come siccità e desertificazione, oppure la perdita di fertilità dei terreni o l’erosione dei corsi d’acqua. Possiamo immaginare, quindi, che in caso non si raggiungessero quanto prima i target individuati dai vari accordi internazionali in materia di tutela dell’ambiente e se si abbandonasse al proprio destino un continente così vasto, quel numero di 26 milioni di persone annue inevitabilmente raggiungerà grandezze ingestibili.

In Italia siamo ben abituati a sentir parlare di ondate migratorie, sia di matrice europea come quelle degli anni 90, sia quelle provenienti dall’area del Nord Africa e Medio Oriente, soprattutto post Primavera Araba del 2011. Come si evince dai dati del Ministero dell’Interno, dal 2011 a marzo 2020 sono sbarcate sulle coste italiane circa 777 mila persone – tra aventi diritto alla protezione internazionale e non – e ad oggi sono solo 85 mila gli immigrati a far parte del sistema accoglienza. Alcuni sono stati redistribuiti all’interno dell’UE, altri hanno usufruito del sistema del rimpatrio agevolato, mentre i restanti sono tuttora considerati irregolari o sono stati espulsi.

Durante questi nove anni abbiamo assistito alle reazioni più disparate, da alcuni Stati chiudere le frontiere Schengen fino all’ultimo episodio greco, in cui la Guardia costiera greca ha tentato di impedire a delle persone di scendere da un gommone dopo giorni di viaggio. Sono anni che si discute di modificare il sistema di Dublino, da ultimo modificato nel 2013, ma le azioni si interrompono ancor prima di cominciare.

Per di più, alcuni Stati europei (tra cui l’Italia) non si sono nemmeno presentati al vertice di Marrakech del dicembre 2018, in cui è stato firmato il Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare; un patto non vincolante volto a rafforzare la cooperazione internazionale nella governance delle migrazioni, fornire supporto agli Stati di origine e destinazione, informare i migranti dei rischi che corrono nel mettersi in viaggio e assisterli nel loro percorso.

In conclusione, richiamando i dati sull’aumento previsto della popolazione, come pensiamo di gestire dei flussi migratori di una portata mai vista con le attuali istituzioni e accordi in vigore, ma soprattutto con questa carenza di cooperazione ed egoismo? Senza ombra di dubbio, puntare alla conservazione dello status quo sarebbe da folli, con conseguenze disastrose per noi e per le popolazioni direttamente esposte.

A cura di Alessio Corsato