Emilio Isgrò è un artista singolare, proprio perché è convinto di aver instaurato un rapporto con l’arte in modo completamente casuale, come un’ illuminazione, e che avrebbe tranquillamente potuto fare altro nella vita.  

Emilio Isgrò è prima di tutto un uomo che vive di parole. Esordisce nel ‘56 con una raccolta di Poesie, Fiere del Sud, in cui racconta la storia di un ragazzo meridionale, in modo disincantato, ma che non lascia l’amaro in bocca. Anche lui ragazzo del sud, appena arrivato a Milano incontra Salvatore Quasimodo, che nota nei suoi occhi lo spirito delle arance. E con quegli stessi occhi inebriati, Emilio Isgrò comincia frequentare la scena culturale Milanese. Diventa amico di Piero Manzoni e incontra le impressionanti tavole blu di Ives Klein. Non tornerà più indietro. 

Nel 1960 si trasferisce a Venezia, per lavorare come giornalista. Lavora per ore ed ore; lui e i suoi colleghi correggono, scrivono, cancellano, riflettono. Lì avviene l’illuminazione, e quattro anni dopo espone le sue prime cancellature.  

“Pensai che le nostre vite sono piene di ripensamenti, di rimozioni, di ricordi e di gesti cancellati”

Prendere un libro, e passare una larga striscia di pittura nera sulle sue frasi, lasciando solo gli spazi bianchi, e qualche parola qua e là: Emilio Isgrò spiega il suo gesto in modo semplice, cancellare voleva dire rimettere in discussione le proprie certezze, la propria identità. Non è un atto distruttivo in sé, ma un momento di riflessione. Chiaramente c’è un elemento distruttivo, quello ci deve essere, dice Isgrò, perché se non distruggi niente non crei niente. È tuttavia una distruzione provvisoria, mai definitiva. Questa è la cultura, dice lui. L’idea che l’arte non fosse un oggetto da appendere al muro o da presentare su una base, ma, piuttosto, uno strumento di discussione e di crescita.  

Ma perché cancellare proprio la parola e non una figura? Un po’ per le sue origini di poeta, ma anche e soprattutto per la necessità di reagire al pieno di parole che aveva fatto la cultura occidentale.  

“È dalla parola che sgorga il pensiero. Non è la parola che nasce dal pensiero. È il pensiero che nasce da un buon uso, corretto, delle parole”

Emilio Isgrò grida che l’utilizzo spropositato della parola ne aveva inghiottito il valore, l’aveva uccisa. Di conseguenza aveva ucciso il pensiero stesso. La parola, per Isgrò era morta, e andava resuscitata attraverso la cancellatura, per riaffermarla, per tornare indietro e celebrarla. In un epoca piena di parole buttate a caso, il vuoto riafferma il pensiero. 

Oggi l’artista ha 87 anni, vive ancora a Milano e pratica cancellature da oltre 50 anni. Il suo gesto all’epoca rinnegato dai grandi della letteratura, il suo amico Montale fra tanti, viene oggi acclamato. Ha esposto alla Biennale di Venezia e al MoMa di New York. Nel 1970 ebbe il coraggio di cancellare le voci dell’Enciclopedia Treccani (Treccani Arte gli ha poi dedicato una mostra personale) e nel 2010 ha cancellato la Costituzione Italiana.  

Emilio Isgrò ci racconta un’arte colta, ma anche spontanea. Un rapporto con la creazione che è viscerale, caratterizzato dalla distruzione e dalla rinascita. Il suo lavoro ci riporta all’essenzialità della comunicazione, ed al bisogno di un rapporto diretto con la nostra lingua e con chi la utilizza, in modo tale da intraprendere un’indagine più autentica della cultura, della realtà sociale, dell’arte stessa. Tuttavia, bisogna ricordare che ciò a cui si ambisce non è per forza l’essenzialità, ma il risveglio delle coscienze. È come un riappropriarsi della nostra capacità di pensiero. La distruzione non è mai definitiva, ma fondamentale per l’innovazione, quindi per l’arte e per la vita.  

A cura di Matilde Perini