Nell’immaginario collettivo, lo sport è per eccellenza espressione di valori positivi: sacrificio, dedizione, impegno. Purtroppo però, ogni yang ha il suo yin, ogni parte luminosa ha quella oscura. Anche lo sport pulito ha, di contro, quello che ricorre a sostanze illecite per migliorare le prestazioni.  

Non entrando nel merito e nelle motivazioni per cui alcuni atleti ricorrano a queste soluzioni, nelle ultime settimane, ci sono state due importanti sentenze legate proprio al doping: la prima riguarda l’ex capitano della nazionale italiana di nuoto Filippo Magnini; la seconda il plurititolato nuotatore cinese Sun Yang.  

La prima è arrivata dal Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) di Losanna lo scorso 28 febbraio: Magnini era stato condannato a 4 anni di squalifica da parte del Tribunale nazionale antidoping per uso o tentato uso di sostanze dopanti; ma la sentenza, basata sulla sola ragionevole probabilità, è stata ribaltata proprio per insufficienza di prove capaci di dimostrare l’effettiva violazione del codice Antidoping. Quindi l’ex nuotatore è stato dichiarato ufficialmente innocente ed è stata annullata la squalifica precedentemente prevista.  

Nel secondo caso, sempre dal TAS, sono stati previsti 8 anni di squalifica per il nuotatore Sun Yang: il campione plurititolato cinese è stato dichiarato colpevole per non essersi voluto sottoporre ad un controllo dell’antidoping nel 2018 (in particolare, aveva fatto distruggere le provette di sangue).  

Subito dopo, la FINA (Federazione Internazionale del Nuoto) non ha ammonito il nuotatore per l’accaduto: ciò ha generato reazioni sia nella WADA (Agenzia Mondiale Antidoping), che ha presentato ricorso al CAS (Corte Arbitrale dello Sport), sia nei nuotatori. Mi riferisco ai casi di Mack Horton e Duncan Scott che, in occasioni delle cerimonie di premiazioni dei mondiali di nuoto di Gwangju 2019, si sono rifiutati di condividere il podio con il nuotatore cinese. 

A cura di Melania Carillo