Donna forte, artista unica, icona. La pittrice più intensa che il Messico possa vantare e che delle sue origini ha fatto punto di forza, consacrando nell’immaginario collettivo un pantheon di colori accesi, sgargianti simboli di una rivoluzione messicana in atto e dolore. Alla mostra su Frida Kahlo a Roma, nello Spazio eventi Tirso, si permette al pubblico d’addentrarsi in una visione complessa, a tratti delirante, ma sempre personalissima che mai ha mancato d’ispirare lo spettatore a vivere bruciando intensamente.

Confrontandosi con un’artista dalla personalità tanto forte e complessa, si tende spesso a perdere il fattore umanizzante, estraniando, quasi idealizzando il pensiero dell’uomo o della donna celato dietro i pesanti strati di vernice dell’opera. Certamente, però, ciò con la nostra pittrice non può accadere: l’arte della Kahlo è talmente impastata del suo vissuto che diventa chiaro, ben presto, quanto terapeutico potesse esserle stato rigettare sulla tela le proprie esperienze. Non potremmo infatti analizzare la Frida pittrice senza tener conto del pesantissimo bagaglio culturale e personale che in vita non portò mai senza fatica, ma sempre con la gioia e fierezza tipiche delle donne messicane; donne delle quali sempre, tanto nella grande e moderna America quanto nel servizio per Vogue, portò l’abito tradizionale, rendendolo simbolo personale di chi vive nel mondo senza esserne contaminato.

L’allestimento, disponibile fino a fine marzo, si presenta come mostra sensoriale, un’immersione nella vita e negli amori di Frida ripercorrendo i luoghi delle sue vicende personali, dal suo studio della Casa Azul nel centro di Città del Messico, alla camera da letto, passando per il giardino che la vide protagonista del rapporto con Trockij.

Diego Rivera,  Niña de los abanicos,1954

Ma sarà in altri luoghi che acquisiremo consapevolezza della particolarità del legame tra la pittrice e l’uomo che ella stessa definisce “il secondo più grande incidente della mia vita”: il marito e artista Diego Rivera. Grazie agli scatti di Leo Matiz, alla corrispondenza personale della “ocultadora”, come la Kahlo amava definirsi, ed alle opere riproposte tramite la tecnologia in una nuova prospettiva avvolgente, ci si para davanti la storia intima e vividissima della donna dietro la più diffusa icona dell’arte contemporanea. Per la prima volta in Italia oltretutto, il dipinto Piden aeroplanos y les dan alas de petate (1938), che, ispirato a un ricordo di infanzia, esprime con intensità il connubio di struggimento e prepotenza dell’animo di Frida, definitaci da Andrè Breton, di cui sarà amante, come “una bomba, ma con un nastro intorno”. Sono in mostra poi il ritratto in cui Diego Rivera la immortalò nel ’54 e la Niña de los abanicos, sempre di Rivera.

Oltre alle opere in formato Modlight, la collezione presenta centinaia di fotografie personali, ritratti d’autore, lettere scritte di suo pugno, pagine di diario, il tutto a ricondurre all’idea di una Frida guidata da una volontà trascinante, quella serie di rapide vorticose capaci di trascinarla al di fuori del dolore pulsante e crudele generato da una mente spezzata, ma forte abbastanza da continuare a inneggiare alla vita anche quando questa sfugge dalle dita. Siamo di fronte alla più grande esperta di rinascita, che compie in una serie di resurrezioni dolorose, il tentativo ben riuscito di incanalare il sé nell’arte, quella che nasce “da una ferita che diviene luce”, come affermò Braque.

Tale forza intellettuale, quel fuoco che sentiva ardere dentro, venne ben presto fuori con una vampata intensa di forme e colori, e ben prima che la pittura si facesse strada nella sua vita come forma di sollievo, la giovane donna, resa zoppa da una poliomielite, dimostrò la propria indipendenza e i propri ideali, che ancora oggi ispirano le basi del femminile moderno, in quanto unica ragazza a far parte del gruppo studentesco dei Los Cachuchas, giovani interessati alla letteratura e agli ideali social-tradizionalisti di Vasconcelos. E di questa particolarissima ribellione contro lo stereotipo di donna, in una società in cui tutto era ancora gestito da uomini, si farà portatrice sempre, tanto nei continui scontri con la madre quanto nelle foto di famiglia, in cui ci si presenta con doppiopetto maschile e atteggiamento spavaldo. E come in ogni rivoluzione, sovrani come mezzo d’espressione popolare di propaganda e ribellione si ergevano i murales, di cui era, maestro indiscusso, Rivera.

Ed eccoci presentata la figura più importante della vita della pittrice: non potremmo infatti parlare dell’uno senza l’altra in quanto, dal momento del loro incontro in poi, lei avrebbe vissuto in funzione di lui. Nel ’72, per casualità pura, ritroviamo la giovane artista sul tram coinvolto nell’incidente che più influirà sulla sua salute fisica e mentale, che così ci racconta: “Non è vero che ci si rende conto dell’urto, non è vero che si piange. Io non versai una lacrima. Il corrimano mi trafisse come la spada trafisse un toro”. Per due anni vedremo Frida costretta a letto, a dipingere nulla se non se stessa e l’ambiente circostante, compressa nella tortura di infiniti busti di gesso e acciaio, la cui riproduzione fedele, dolcemente decorata come la ragazza fece con gli originali, attende gli spettatori al termine dell’esposizione.

Eppure, la consapevolezza d’essere sfuggita alla morte le impose una rinascita ulteriore, sulla spinta della Santa Muerte dei culti messicani, che presagisce la spada di Damocle della morte e quell’agonia del conteggio del tempo umano. Fu la riconquista della vita che aveva perduto, a guarigione avvenuta ma mai completa, a darle la possibilità di avvicinarsi a Diego, portandogli le tele dipinte nel periodo della convalescenza, e al Partito Comunista, anche quando questo in Messico venne dichiarato illegale e lei si vide seguire il pittore negli States sulla scia del proprio successo. Per innumerevoli devastanti volte, Frida si ritroverà a stringere con rabbia un pennello piuttosto che con amore i propri figli, rappresentando su tela la solitudine e il dolore degli aborti, regalo straziante del corpo devastato dall’incidente, come nell’opera Letto volante, che la perseguiterà come una spina lancinante nel fianco per il resto della vita, a stento rallegrata dalla prima mostra personale a New York, nel ’38.

È a seguito di tale mostra che Diego, prima di chiedere il divorzio, durato un anno, la descrisse in una lettera ad un critico d’arte scrivendo: “Gliela raccomando, non come marito, ma come ammiratore entusiasta della sua opera, acida e tenera, dura come l’acciaio e delicata e fine come l’ala di una farfalla, adorabile come un bel sorriso e crudele come l’amarezza della vita”.

E mai potrei trovare parole più adatte per consigliarvi un’artista del calibro di Frida, se non appunto, quelle da lei stessa pronunciate. “Ero solita pensare di essere la persona più strana del mondo, ma poi ho pensato, ci sono così tante persone nel mondo, deve esserci qualcuno proprio come me, che si sente bizzarra e difettosa nello stesso modo in cui mi sento io. Voglio immaginarla, immaginare che lei debba essere lì fuori e che anche lei stia pensando a me. Beh, spero che, se tu sei lì fuori e dovessi leggere ciò, tu sappia che sì, è vero, sono qui e sono strana proprio come te”. E Frida, in fondo, voglio sperare di essere strano, e bello, e forte, esattamente come te.

A cura di Domenico Porcelli

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