Il prossimo 29 marzo saremo chiamati a esprimere le nostre preferenze in merito al cosiddetto taglio dei parlamentari. Una riforma costituzionale che, in caso di vittoria del “sì” e a partire dalla prossima legislatura, ridurrebbe di un terzo (34%) il numero complessivo di parlamentari, o meglio, di ben 345 rappresentanti del popolo. Precisamente, la Camera dei Deputati verrebbe ridimensionata da 630 a 400 deputati, mentre il Senato da 315 a 200. Ma prima che sia troppo tardi, cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su alcuni aspetti che se trascurati potrebbero giocare un ruolo chiave nella nostra decisione finale.

In primis, il pilastro su cui il Movimento 5 Stelle – ideatore della riforma – ha basato la sua attività negli ultimi mesi: il risparmio nei conti pubblici. La posizione del MoVimento è chiara e, secondo i loro calcoli, il taglio consentirebbe di risparmiare 100 milioni ogni anno, per un totale di mezzo miliardo per legislatura; risorse che i 5 stelle destinerebbero alla costruzione di nuove scuole o aule, all’acquisto di ambulanze e nuovi treni per i pendolari.

Tuttavia, l’Osservatorio sui Conti Pubblici, diretto da Carlo Cottarelli, ha fatto notare come queste cifre siano in realtà più limitate. Difatti, quando si tengono in considerazione nel calcolo le ritenute fiscali, previdenziali e assistenziali, cui sono sottoposte le indennità parlamentari, si ottiene un risparmio di 57 milioni annui, per un totale di 285 milioni a legislatura (contro i 500 iniziali), pari allo 0,007% della spesa pubblica.

Un secondo aspetto da trattare è sicuramente quello della rappresentatività, cioè la quantità di eletti in percentuale alla popolazione. Molti articoli a riguardo vengono arricchiti con delle infografiche in cui si mostra come l’Italia, in termini assoluti, sia la seconda in UE per numero di deputati (considerando anche il Regno Unito) e terza per numero di senatori. Le stesse infografiche, successivamente, mostrano come in realtà, in termini relativi, il nostro paese sia in fondo alla classifica, 24° (su 28) per i deputati e 9° (su 13) per i senatori, posizioni destinate a scalare ancor di più nel caso di una vittoria del “Sì”. Ciononostante, la mera classifica del numero di parlamentari per popolazione non tiene in considerazione la diversità degli assetti istituzionali-costituzionali dei paesi europei.

In altre parole, soltanto in Romania e in Italia le seconde camere presentano una composizione congruente alle prime. In paesi come il Belgio, la Germania, Polonia, Francia, Spagna, Regno Unito e Repubblica Ceca, le seconde camere presentano un’asimmetria in termini di potere, mentre in paesi come Olanda e Austria, le seconde camere si differenziano dalle prime per modalità di elezione. Come messo in evidenza dal Prof. Salvatore Vassallo, nei sistemi politici che favoriscono una composizione congruente e riconoscono al Senato poteri simmetrici (nella nostra analisi Italia e Romania), la formazione di ulteriori gruppi politici in grado di ostacolare la maggioranza di governo è sporadica, poiché, salvo casi estremamente rari, la composizione della seconda camera è quasi- speculare alla prima, favorendo la formazione di maggioranze molto simili.

Infine, una delle principali argomentazioni dei contrari alla riforma è la garanzia della rappresentatività delle minoranze. Il loro timore è che una riduzione del numero degli eletti possa pregiudicare il rispetto del principio pluralistico, sancito costituzionalmente nel sistema politico italiano, definito da Giovanni Sartori di “pluralismo estremo e polarizzato”.

In realtà, dovrebbe essere altro a destare maggiore preoccupazione negli oppositori, ossia il sistema elettorale che verrebbe applicato in seguito, piuttosto che il taglio in sé. Difatti, è anche tramite tale strumento che viene garantita o meno la rappresentatività all’interno dell’arco costituzionale, non solamente attraverso il numero complessivo dei membri di Camera e Senato – sebbene la diminuzione di seggi conduca inevitabilmente a un rafforzamento dei partiti più forti, innalzando la soglia di sbarramento implicita, soprattutto nelle regioni con pochi seggi.

A cura di Alessio Corsato

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *