“[…] io vedo il peggio nelle persone Henry, solo uno sguardo basta per sapere chi sono in realtà. La mia barriera d’odio si è innalzata, lenta, negli anni […]”

È forse questa la citazione della pellicola di Paul Thomas Anderson che meglio riassume la personalità del protagonista della storia Daniel Plainview.

Il regista, noto anche per The master (2012) e Magnolia (1999), adatta sul grande schermo parte del romanzo Oil! di Upton Sinclair (già noto per il celeberrimo La giungla, consigliatissimo) e ci catapulta nell’America di inizio Novecento, che fa sfondo ad una storia nella quale la rapacità dell’essere umano, la sua invidia e la sua ingordigia fanno da padrone.

La trama narra la discesa all’inferno di Daniel Plainview, ricco magnate petrolifero che si reca, in compagnia del figlio adottivo H.W. , in California per comprare un enorme giacimento petrolifero ed ampliare i propri possedimenti. Lì sarà destinato a scontrarsi in prima istanza con Eli Sunday (un pastore della Chiesa della Terza Rivelazione) ed in secondo luogo con i suoi demoni interiori.

Tralasciando il versante tecnico, la parte più interessante del capolavoro di Anderson sono sicuramente i personaggi, in primis il protagonista. Mr. Plainview è il lato oscuro del sogno americano. È un lavoratore, un ingordo, un misantropo, un manipolatore che sfrutta il figlio adottivo (unico personaggio davvero umano) come facciata per la sua “azienda a conduzione familiare”.

In questa sinistra parabola egli sacrifica tutto in nome del progresso e della ricchezza. La sua evoluzione (o involuzione) lo fa sprofondare nel baratro dell’alienazione e dell’isolamento fisico e mentale. Operando un paragone con l’inarrivabile Citizen Kane di Orson Welles, Daniel Plainview è agli antipodi rispetto a Charles Foster Kane: entrambi sono destinati all’isolamento, ma i loro percorsi sono lontanissimi del punto di vista concettuale. Il primo è un self-made man, i l secondo eredita la sua ricchezza. Mentre il primo è misantropo fino al midollo, il secondo ricerca il consenso. Kane perde la sua infanzia, Plainview non l’ha mai avuta.

Gli audaci movimenti di macchina di Anderson e gli impattanti primi piani, fanno da cornice a questa sinistra rappresentazione del tanto bramato “sogno americano”.  E poi, è doveroso è un plauso all’incredibile comparto sonoro della pellicola.

Una visione sicuramente non leggera, ma che non potrà lasciare indifferente lo spettatore.

A cura di Gianmarco Martino

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