Secondo Hobbes, le persone per essere protette devono affidare i propri diritti soggettivi a un’entità superiore, lo Stato, il Leviatano. Questo è il compito di Ibra, personificazione del mostro biblico che incute timore, pronto a sobbarcarsi le intemperie e i venti a sfavore che colpiscono la sua flotta. La restaurazione del monarca si è compiuta, ora di nuovo “capitano”, fa da scudo alla paura che perseguita il Club rossonero dall’era post-Allegri.

Come nello stato di natura hobbesiano, il Milan vive una perenne guerra intestina: ricambi dirigenziali e acquisti inconsistenti minano la credibilità della società, oggi leader solo in quanto a marchio da esportare oltre i confini nazionali. Il cambiamento viene sempre accolto con favore: rottamare il vecchio sembra la soluzione, che all’atto pratico sbatte contro il ruvido muro della realtà. Dallo slogan “passiamo alle cose formali” al “ritorno al futuro” il passo è breve – appena dodici mesi.

Minimo comun denominatore delle ultime due dirigenze è rappresentato dal non essere riusciti a giungere a riva, con manovre keynesiane di interventismo societario, ininfluenti per un’auspicata rifioritura.

Cosa fare allora se non si riesce ad uscir fuori dalla tempesta?

Affidare il timone a chi meglio di tutti è in grado di comandarlo. Il calciatore che più ha inciso sul campionato italiano del secondo millennio è proprio lui, Ibra. Numerose le dichiarazioni e i post sui social dello svedese, con espliciti riferimenti e una sottile ironia, ad un’entità divina. È legibus solutus, non è sottoposto alla legge, ma egli stesso è la legge, esercita il suo potere assoluto come un re taumaturgo, capace di far guarire dalla scrofola con il solo tocco delle mani. La fiducia e la consapevolezza dei mezzi sono gli elementi di cui la rosa ha bisogno e che Ibra può instillare.

La sua presenza, finanche nello spogliatoio, ha delle ripercussioni, soprattutto sui difensori avversari. La figura di un totem al centro dell’attacco fa da musa ispiratrice alle logiche di gioco dentro il campo, uno scacciapensieri a cui aggrapparsi nel momento del bisogno. Sovrano è chi decide nello stato d’eccezione, affermava Schmitt: il Milan trova un altro modo per legittimarsi tramite Zlatan, con la sua decisione, con una sovrapposizione identitaria tra lui e il resto della squadra.

Certi amori fanno giri immensi e poi ritornano” cantava Venditti. Tra Ibra e il Milan la scintilla era scattata, dopo una lunga Odissea, il sentimento è ancora vivo, si percepisce, un rapporto sinallagmatico. Unico neo resta quella della carta d’identità, le trentotto candeline soffiate fanno pensare a cure palliative, incapaci di estirpare del tutto la malattia, e che l’antidoto non sia ancora stato trovato.

Il tempo è un cerchio piatto: ciò che abbiamo fatto o che faremo, la faremo ancora e ancora… L’eterno ritorno nietzschiano ha una doppia visione in questo caso: il Milan berlusconiano o il successivo? L’impressione è che il calvario sarà ancora lungo.

Triste, da evidenziare, il desiderio di sentirsi di nuovo grandi cercando di strappare tesserati fuori dal progetto tecnico di grandi squadre come Juventus e Real, per sentirsi di nuovo parte di quel circolo esclusivo che ora ti guarda da lontano con indifferenza. Il Boban commentatore Sky, se si guardasse ora, pontificherebbe sul Milan come un continuo fallimento che prova ad uscire dalle sabbie mobili, ma più si muove, più sprofonda. Un profondo rosso che forse neanche un vecchio cuore rossonero può guarire.

A cura di Andrea Sciannimanico

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