Spesso, le storie di coloro che vengono discriminati dalla scienza, i racconti di chi, con grande coraggio, si pone contro stereotipi, sono sfortunatamente destinati ad esser dimenticati . Questa storia in particolare, tuttavia, ha un epilogo interessante, quasi felice, al punto che mi ha spinto a volerne parlare in questo mio primo articolo. Al punto che, vale la pena partire dalla fine.

Pochi giorni fa (luglio 2019, ndr) mi sono ritrovato a scorrere la timeline di twitter, e leggere in 140 caratteri una comunicazione della Royal Family inglese, che poneva un post scriptum ad una storia iniziata non meno di 150 anni fa: una storia che ha come protagoniste sette donne, sette scienziate del Regno unito.

Sette studentesse di Edimburgo cui, ai giorni nostri, è stata finalmente attribuito il riconoscimento che spettava e che il sistema maschilista dell’epoca aveva impedito, nonostante la loro immatricolazione sia avvenuta nel secolo scorso. Una battaglia portata avanti dalle prime sette iscritte a medicina nella regione, postesi contro l’egemonia maschile degli atenei e che ha portato, seppur in modo indiretto, al UK Medical Act del 1876, grazie al quale “qualunque individuo, senza distinzione di sesso” potesse essere da quel momento registrato come medico professionista.

Ad aprire la strada una delle ragazze, Sophia Jex-Blake, nata in Sussex ed emigrata per un breve periodo negli USA, dove si vide respinta tanto da Harvard quanto dal New England Hospital, con le medesime parole: “non è prevista nessuna educazione per le donne, qui da noi”. Neppure dopo il ritorno in Inghilterra le cose andarono meglio, e la giovane si ritrovò a scontrarsi con la dura realtà sociale di stampo patriarcale, che non accettava che la donna studiasse o divenisse, in alcun modo, indipendente. Nessuna scuola medica inglese era disposta ad accettare studentesse.

L’unico momento in cui sembrava qualcosa si fosse smosso, fu quando la segreteria e i dirigenti della Edinburgh University si convinsero ad ammetterla. Ancora una volta, il tribunale dell’ateneo si scagliò contro tale presa di posizione. Un vero e proprio Deus Ex Machina, incredibilmente inaspettato per i pregiudizi del periodo, fu la risposta in diversi articoli del quotidiano The Scotsman. Ponendosi contro la dichiarazione dell’università, in cui si affermava che le regole non potessero di certo cambiare nell’interesse di una sola ragazza, il giornale varò una vera e propria campagna a favore della Jex-Blake, esaltando la necessità di un cambiamento e spingendo numerose altre ragazze a tentare l’ammissione.

Nel novembre del ’69 ci riuscirono in sei, che comunque non ebbero vita semplice nella facoltà di medicina. Non soltanto la retta da pagare era più alta di quella maschile, non soltanto erano sottoposte a restrizioni e divieti, ma l’amministrazione stessa remava loro contro, basandosi su una semplice motivazione: nessuna regola obbligava i docenti a insegnare alle donne. Dovendo così avere a che fare con le antipatie molto poco velate del corpo insegnante, furono spinte a trovare una scappatoia procurandosi da sole i testi e contando solo l’una sull’altra per la comprensione e preparazione dei concetti studiati, ottenendo comunque risultati di gran lunga migliori di quelli degli uomini che frequentavano i corsi, a loro appunto negati.

E proprio questo loro eccellere, probabilmente, alimentò la rabbia e l’ostilità dilagante degli studenti, che si spinsero senza molte remore ad aggressioni tanto verbali quanto fisiche, di natura certamente sessista, a loro danno. L’apice di tali aggressioni avvenne nel ‘70, quando una folla si riversò nell’aula del chirurgo dove le donne avrebbero assistito ad una lezione, tirando loro rifiuti e fango, e rendendo inservibile il laboratorio.

Partendo col mio racconto avevo prospettato un epilogo felice, o quasi, per l’appunto. Perché questa nostra storia termina per le ragazze con l’avverarsi di un incubo, la decisione della Suprema Corte Civile di Scozia con cui si stabilì il diritto dell’Università di Edimburgo a non consegnare loro la laurea. Una sconfitta personale, una frustrazione bruciante. Un affronto che pur non scalfì il percorso finora tracciato, in quanto cinque delle ragazze ottennero, seppur in paesi differenti, quello stesso riconoscimento.

Tutte esercitarono comunque la professione, sempre continuando a battersi per la propria e altrui dignità professionale, ormai baluardo dei movimenti per la libertà delle donne. E Sophia, che dette l’input a tutto ciò? Si trasferì a Londra, dove fondò la London School of Medicine for Women, prima di ottenere la laurea in medicina all’Università di Berna nel 1877. Successivamente tornò a Edimburgo dove aprì una clinica per le donne indigenti e dove fondò la Edinburgh School of Medicine for Women, consapevole di essere comunque vittoriosa pur tra le tante sconfitte.

Il peso del suo impegno ebbe un impatto ancor più forte della laurea individuale, ebbe valore di precedente. Un solco era stato tracciato, e non sarebbe stato possibile cancellarlo. Ci si chiede perché ci sia voluto tanto ad attestare una laurea meritata, se tanti passi avanti in ambito di diritti civili sono stati compiuti. I dovuti ringraziamenti vanno all’interessamento di alcuni studenti e docenti, che vollero mettere un punto a questa storia e porre rimedio all’ingiustizia, a quel “grande vuoto” della laurea in Scozia, portando avanti la petizione che ha permesso un epilogo differente a quel dimenticatoio cui la vicenda era destinata.

Tuttavia, è un finale dolceamaro. Viene difficile pensare che questa notizia abbia raggiunto Sophia e le sue colleghe ovunque il tempo le abbia portate. Eppure, talvolta, il riconoscimento di un traguardo tanto agognato supera anche una barriera ineludibile quanto la morte. Così sette studentesse, nel luglio del 2019, hanno varcato le porte dell’università di Edimburgo per ritirare in una cerimonia ad hoc, gli attestati che alle Edinburgh seven spettavano di diritto, consapevoli di quanto i propri desideri siano simili a quelli, tanto sovversivi quanto attuali, di sette coetanee che hanno, nel loro piccolo, cambiato la storia: Sophia Jex-Blake, Isabel Thorne, Edith Pechey, Matilda Chaplin, Helen Evans ed Mary Anderson Marshall Emily Bovell.

A cura di Domenico Porcelli