Ogni anno il Natale rappresenta uno sprazzo di luce per milioni di persone. Viene quasi innaturale tentare di darne una definizione, come per tutti quei momenti di festività, i quali vedono la nostra crescita scandita da tradizioni famigliari che ci coinvolgono in prima persona e con cui abbiamo convissuto fin da bambini, senza porci troppe domande.  

La domanda “cos’è il Natale?” cambia accezione a seconda di chi risponde: i più piccoli risponderebbero probabilmente ricordandolo come giorno in cui è nato Gesù, poi scartando subito il pensiero e ricordando con sorrisi euforici l’ancor più elettrizzante possibilità d’un omone vestito di rosso alla guida di una slitta volante, intento a consegnar doni in ogni singola casa al mondo, abbia o meno un camino. Per gli adulti è un pò diverso, la consapevolezza e i pensieri tendono spesso ad indebolire lo spirito natalizio, complice la globalizzazione che rende sempre di più tale festività un’immersione nel consumismo, dimenticandone l’effettivo significato di rinascita. La festività si trasforma in una corsa estenuante al regalo, ma anche nella possibilità di trascorrere tempo a casa con amici e famiglia, soffocati da cenoni interminabili che ancora un pò ricordano l’entusiasmo dell’aspettare la mezzanotte. E purtroppo capita alle volte che il Natale, così come il periodo festivo, abbia ben poco di felice e sereno, eppur rimane certamente un ricordo piacevole, che diffonde la memoria d’un profumo di magia, regali e lucine colorate.  

Ma andiamo un pò più nello specifico: per il calendario liturgico è certamente la festa cristiana maggiormente importante, seconda solo alla Pasqua, ma rimane probabilmente la più popolarmente sentita, per quanto nel corso dei decenni abbia assunto quel significato laico legato allo scambio dei doni, alla famiglia e al folklore, che sia religioso o pagano. Festeggiamo il Natale il giorno della nascita del Nazareno allora? Proprio no. 

“Per inspiegabile che sembri, la data di nascita di Cristo non è nota. I vangeli non ne indicano né il giorno né l’anno […] fu assegnata la data del solstizio d’inverno perché in quel giorno in cui il sole comincia il suo ritorno nei cieli boreali, i pagani che adoravano Mitra celebravano il Dies Natalis Solis Invicti (Giorno della nascita del Sole invincibile)”. Così cita la Nuova enciclopedia cattolica dell’Ordine Francescano del 1941, e stupisce come la data del 25 dicembre, prima di diventare celebre in quanto nascita del Cristo, accomunasse tanti popoli e religioni differenti nel corso dei secoli, che trovano la propria origine in ciò che è principio di vita, e che in quanto tale diviene oggetto primario di venerazione: il sole.   

Dal 10.000 a.C. in poi la storia è costellata di leggende e fonti che descrivono il rispetto e l’adorazione verso la nostra stella, che per gli antichi è prova tangibile d’esistenza del divino, posto lontano a osservare dall’alto l’operato dell’uomo, tanto potente e superiore da non poter essere guardato direttamente. Ogni notte gelida termina col sorgere del sole, che salva l’uomo dal buio regalandogli la vita. E tali antiche civiltà non soltanto osservarono con timore reverenziale Sole e astri, ma arrivano ad attribuire loro forma umana costruendogli attorno complesse mitologie, a spiegarne legami e movimenti: col sole al centro, personificazione del creatore d’ogni cosa, le dodici costellazioni scandiscono le tappe del suo viaggio di manifestazione in elementi naturali nel corso del ciclo completo intorno alla terra. Venne stilato un ricco calendario di feste annuali e stagionali, riti di rinnovamento e propiziazione del sole, che condizionava, allora quanto oggi, la vita e i ritmi della fruttificazione. 

É la paura che il sole non sorga al termine dell’ennesima veglia, il vederlo perdere forza durante l’inverno, a risultare per l’uomo esperienza tragica al punto di voler tale timore esorcizzato da riti che possano aiutare la stella nel momento di minore forza.  Da qui l’origine di riti e feste rurali collegate al solstizio d’inverno, la cui stessa etimologia, “solstitium”, sta letteralmente a significare “sole fermo”.  

Durante tali feste s’accendono fuochi che, col loro calore e luce, hanno la funzione di ridare forza alla stella indebolita tramite una sorta di magia “simpatica”, che alimenta il simile riproducendo il simile.  Tali rituali, in un modo o nell’altro, funzionavano, in quanto subito dopo il 21 la luce torna sempre pian piano ad aumentare fino al solstizio d’estate, in giugno, ovvero il giorno più lungo e la notte più corta dell’anno.  

Per quanto gli avvenimenti astrali che caratterizzano il solstizio cadano appunto il 21 di dicembre, il tutto diventa visibile unicamente pochi giorno dopo: il sole si indebolisce  allora fino al suo estremo durante le settimane precedenti alla fatidica notte, ma rinasce dalle sue stesse tenebre proprio quel 25 dicembre che accumuna tante celebrazioni di culture e paesi distanti. Tale data è associata a sua volta ai festeggiamenti di diversi personaggi divini risalenti a secoli prima della nascita di Cristo, tra cui il dio Horus egiziano, le cui immagini in braccio a Iside sono speculari all’iconografia cristiana della madonna con bambino; o ancora il dio Mitra persiano, forse il culto più concorrenziale al cristianesimo, la cui divinità era stata appunto partorita da una vergine. La divinità si circondò poi di dodici discepoli e venne soprannominata “Salvatore”; o ancora il babilonese Tammuz, incarnazione del sole, nei cui misteri egli muore, per poi risorgere dopo tre giorni. Più recentemente ci viene narrata la storia del Dioniso greco, che durante la notte più buia era festeggiato con la Langea, in cui si onorava il dio rinascere bambino dopo esser stato dilaniato e ridotto in pezzi. 

La maggiore festività pagana, ancor oggi osservata da sparute congreghe, è di origine germanica ma si diffuse presto anche nelle terre celtiche: Yule è la festa del fuoco e della luce, celebrata durante il Solstizio per aiutare il sole in quanto forza naturale nella sua lotta contro l’oscurità. É una festa di gioia, canti e danze illuminate dal fuoco, per “fare il giorno di notte” e portare il calore nel cuore gelido della nottata più lunga. Si è soliti adornare la casa con rami d’agrifoglio e vischio, predecessori del nostro albero di Natale, simboli della forza di rinascita della natura, della sua fertilità anche nel momento più buio. Un grosso ceppo, il Ceppo di Yule, era secondo precisi riti decorato con nastri, rami sempreverdi e bagnato con sidro di mele, ultima offerta per lo spirito dell’albero sacrificato, e portato in casa con canti e preghiere. Lo si sistemava poi sul focolare, su cui doveva bruciare senza mai spegnersi fino all’ultima ora dell’ultimo giorno dell’anno, a proteggere la casa da incantesimi e spiriti maligni. A riprova della forza di rigenerazione naturale, le ceneri del ceppo erano sparse sui campi per accentuarne la fertilità, e i resti del tronco conservati per alimentare il fuoco dell’anno seguente.  

Tutti questi frammenti di un mosaico antropologico complesso, hanno contribuito a creare l’immaginario collettivo del Natale che oggi festeggiamo, che rimane occasione di rinascita spirituale, che si sia o meno credenti, dandoci la scusa di cui abbiamo bisogno per riunirci con chi ci ama. Per quanto tutto possa apparire più freddo, in questi anni e in questa notte, possiamo anche noi rinascere col sole.  

A cura di Domenico Porcelli 

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