Antonio Canova, in mostra al Museo di Roma fino al 15 marzo 2020

Difficile rimanere impassibili di fronte alla perfezione. Sì, perfezione. Perfette sono le forme, i movimenti, l’espressione; si percepiscono sospiri, tristezza, gli animi a volte gentili, a volte irrequieti; altre ancora sentimenti in contrasto si fondono; completa armonia tra ossimori. Eccola, la perfezione.

Neoclassicista, Canova viene influenzato dalle opere tardive del mondo classico. Un’arte meno virile, più introspettiva. I personaggi diventano figure più dolci, indifese quasi, talvolta deboli. Colpisce il disegno di un uomo, possente, piegato, come a spezzare la sua autorità, si lascia avvolgere dalle grida del suo pianto. I dettagli, i più piccoli, diventano i più importanti: si percepiscono il fiato spezzato, il tremolio della bocca, la disperazione di un uomo.

Maddalena Penitente, Antonio Canova

Riporto quanto detto dallo studioso e storico d’arte Winckelmann, contemporaneo del tempo di Canova – “l’intelletto preferisce il fare con poco al fare con molto: così una singola figura può essere la scena di tutta la maestria di un artista”.

Una sottile tendenza al minimalismo piuttosto che all’eccesso barocco è il filo conduttore delle opere canoviane. Espressività, piuttosto che dettagli estetici; sguardo languido, piuttosto che gesta monumentali. Il soggetto viene spogliato di tutto ciò che ha; ora mostra chi è. Traspare timidezza, imbarazzo, forse, nel mettere a nudo i sentimenti, le insicurezze, il proprio passato. Tuttavia, Canova non lacera l’intimità dei suoi personaggi, mai. Anzi, nel mostrarsi, si rivelano delicati, genuini, umani.

Un po’ come l’artista. Interessante è l’aneddoto riguardo al giuramento della Repubblica Romana Francese, nel 1798. Offertagli una posizione di rilievo nell’Istituto Nazionale come incaricato di perfezionare le arti e le scienze. Nonostante l’ingenuo entusiasmo iniziale, percepisce negli ambienti repubblicani l’aria compromessa da risentimento, forse odio cieco, nei confronti del clero; del mondo che ha cresciuto il giovane Canova, che decide così di abbandonare il prestigioso impiego per ripararsi nell’alvea della propria arte nella città natia Possagno.

Danzatrice con le mani sui fianchi: dettaglio, Antonio Canova

Dopo l’échec napoleonico, Canova torna a Roma, la sua città sì di adozione, ma pur sempre la sua casa, rumorosa ma armoniosa, colorata di giorno, bianco sfumato al chiaro di luna. Canova viene avvolto dalla città con un tiepido abbraccio così come noi veniamo pervasi da simile sensazione quando ispezioniamo i suoi disegni. Impressionante è l’umanità con la quale ogni suo soggetto ci guarda; con altrettanta solidarietà ricambiamo, come quando osserviamo la Figura femminile afflitta (monocromo preparatorio per la Stele de Sousa). Spezzata in due da un pianto assordante, percepiamo la disperazione poetica del momento; non è pietà quella che si prova. È forse commozione, voglia di sedersele accanto, di condividere un singhiozzato silenzio.

Ed è forse così, piangendo in un discreto silenzio che mi piacerebbe immaginare i contemporanei del suo tempo onorassero la sua andata senza ritorno. Come un volto che avrebbe scolpito lo stesso artista, con occhi languidi di tristezza, sinceri, ma vitali. Perché Canova non scolpisce per creare un ideale estetico; lavora incessantemente il marmo per creare quello che di più imperfetto esista sulla Terra. L’uomo, quale tumultuosa perfezione dell’essere.

A cura di Susanna Fiorletta

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