Mi Vedi? Laboratorio di Fotografia, il progetto targato Madama Louise

Domenica 1 dicembre, Roma – Come tutto è iniziato, Gino Paoli lo descriverebbe particolarmente bene. Erano quattro amici al bar e tra un bicchiere di Coca e un caffè, hanno dato vita a un progetto che ha saputo riunire ragazzi di diverse età. Soprattutto, ha saputo inglobare le diversità di ciascuno, ma senza che queste venissero disperse od oscurate. Lo scopo è forse quello di presentare le tante sfaccettature della realtà. È qui che entra in gioco l’importanza della pluralità del progetto. Senza condivisione, esso stesso non avrebbe avuto modo di esistere.

“Ti rendi conto che avere una persona che ti affianchi aiuta a guardare le cose in maniera completamente diversa” racconta Anna Campolongo, co-direttore del progetto assieme a Girolamo Calculli. Il rapporto che si instaura tra i coordinatori è di amicizia, di passione e di supporto reciproco, e prima di poterlo trasmettere anche agli altri “era anche giusto che a guardare meglio dovevamo essere noi per primi”.

“Quando si parla di passioni così forti ci tieni particolarmente affinché un messaggio tanto importante arrivi con la stessa intensità dall’altra parte” spiega Girolamo, che non nasconde il nervosismo dei primi incontri. Il nervosismo lascia però spazio a un’immensa soddisfazione dettata dal vedere tutto l’entusiasmo trasmesso riflesso negli occhi dei ragazzi. Forse questo è stato possibile grazie all’approccio voluto dagli stessi organizzatori, basato su un “rapporto peer-to-peer con i ragazzi”; un laboratorio piuttosto che una lezione tradizionale, nel quale i ragazzi sono stati uniti da un legame che va oltre un rapporto professionale.

Il progetto ha coinvolto emotivamente tutti i partecipanti, a prescindere dalla posizione rivestita. Tante emozioni quante le preoccupazioni hanno caratterizzato tutto il percorso in maniera differente, ma pur sempre arricchendolo. “Anche io ero agitata, magari diversamente da come avrebbe potuto esserlo Girolamo. Abbiamo affrontato alcune difficoltà in modo diverso, ma è proprio qua che sta la differenza e forse è qua che sta la ricchezza, no?”. Girolamo annuisce. E anche io.

La parte finale del laboratorio ha avuto luogo nel complesso architettonico contemporaneo del MAXXI, nel quale i ragazzi hanno avuto la possibilità di creare attraverso la fotografia, la propria rappresentazione dell’arte. In questo senso, la fotografia è diventata strumento artistico per decifrare individualmente il senso di un’opera. Infatti “il MAXXI offre la possibilità veramente a chiunque di vivere in maniera interattiva quelle che sono delle opere d’arte contemporanea, quindi che a maggior ragione prevedono una cooperazione reale e immediata con la persona che ci entra in contatto”, chiarisce Anna, riguardo la scelta della tappa conclusiva del progetto.

Ph. Federica Panzarella, vincitrice del contest Mi Vedi?

Alla parola insegnante Girolamo rabbrividisce. “Insegnante? È un parolone. Non vorrei appellarmi così, piuttosto coordinatore”. Segue poi specificando: “volevamo che l’intero progetto fosse una narrazione collettiva, che fosse qualcosa di costruito insieme, perché siamo ragazzi, abbiamo la stessa età di chi ci si sedeva davanti”. La comunicazione quindi cresce non da un rapporto quasi gerarchico, bensì da un rapporto che abbia basi eguali, fondamenta allo stesso livello su cui è possibile la costruzione di qualcosa unico, nella sua diversità.

“Abbiamo trasmesso i nostri punti di vista, non solo i nostri stili o tecnicità sterili” riprende Anna, puntando nuovamente sull’importanza della diversità “che veramente si dimostra essere sempre la ricchezza più grande”. Diversità quindi come fondamenta dell’arte, perché la fotografia non è un semplice mezzo per rappresentare qualcosa di già visibile a tutti; la fotografia è l’arte dell’interpretazione della realtà, attraverso la quale è possibile scorgere ciò che a occhio nudo sfugge.

A cura di Susanna Fiorletta

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