Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. [..] Si voleva soprattutto spingere un’altea su un bastone dentro la fornace, mentre i libri, sbatacchiando le ali di piccione, morivano sulla veranda e nel giardinetto della casa, salivano in vortici sfavillanti e svolazzavano via portati da un vento fatto nero dall’incendio.

Queste le prime parole con cui Ray Bradbury ci introduce al mondo di Fahrenheit 451. E questa stessa descrizione, tragicamente profetica, potrebbero darcela coloro che assistevano impotenti all’incendio divampato il 4 novembre tra le pareti arrampicate di testi della Pecora Elettrica, libreria antifascista romana nel quartiere di Centocelle. Hanno atteso per mesi che fosse nuovamente carica di libri e cultura prima di appiccare nuovamente il fuoco, a soli tre giorni dalla riapertura. Nuovamente, semplicemente perché non è un fatto isolato.

La storia che racconto ha un legame col fuoco e con l’odio tutt’altro che scontato. Lo stabile aveva infatti già subito un incendio doloso il 25 aprile, e stessa sorte è toccata ancora più recentemente al Baraka Bistrot, i cui gestori espressero solidarietà alla Pecora Elettrica, data alle fiamme due mesi prima, e al quale caso legare un filo conduttore è tutt’altro che difficile. Quattro incendi in totale. Quattro attentati alla libertà espressiva di un quartiere e alla diffusione della cultura in un contesto d’ignoranza e odio. 

L’ansia che si prova nel lottare contro qualcosa di sconosciuto, contro nemici invisibili, può essere sfiancante, ed è questo il sentimento che esprime amareggiato il proprietario del Baraka. E con buone ragioni, purtroppo. Ascoltando una storia del genere, prima ancora che giunga al termine, è difficile fare i conti con l’esigenza di certezza necessaria, ma è pur vero che un cerotto su certe ferite va messo il prima possibile, anche soltanto raccontandole. Quell’incertezza che deriva semplicemente dalla mancata identificazione dei responsabili dei roghi, e la conseguente difficoltà nel ricostruire gli eventi e le ragioni dietro agli incendi.

Gli abitanti del quartiere ipotizzano che la colpa possa essere addossata al racket: Centocelle è sempre stato quartiere di resistenza, quella con la R maiuscola, ma ultimamente con l’arrivo della Metro si è visto invadere da una marea di ragazzi portatori della movida romana. E con loro, purtroppo, anche il racket e lo spaccio. Tanto quanto i locali, forse anche la malavita vuole approfittare delle nuove folle e fare affari. Una sorta di importazione di quello stesso modello criminale in auge tra Pigneto e San Lorenzo, fatto di locali strapieni a coprire le piazze di spaccio aperte, pusher stranieri che rendono conto a italiani e piccoli imprenditori impauriti.

Sono in molti a credere che gli atti di violenza agli stabili di Centocelle siano di matrice politica, la solita vecchia storia di sinistra e di destra. Eppure i più sono convinti si tratti di criminalità, quella stessa bestia nera che punta a mettere le mani su un quartiere ormai riqualificato e in rinascita. E in tanti mormorano che quella stessa Pecora Elettrica, con le sue luci, le ultime rimaste in tutta la via, considerando che quasi tutti i locali sulla strada si sono trasferiti per un motivo o per un altro,  disturbasse i traffici di droga locali. Sulla via impera l’ombra, tutti i lampioni vengono spenti, mentre nel buio si vuole fare affari sulla vita della gente. Ed è contro quelle ombre che centinaia di piedi hanno marciato in quella che è stata definita “passeggiata di autodifesa”. Lo stesso sindaco Virginia Raggi ha mandato messaggi di speranza ai dimostranti, con l’intento di difendere e rafforzare la convinzione che le istituzioni, quanto i cittadini, sono presenti e pronte a prendere provvedimenti contro la criminalizzazione di un quartiere vivo e vitale.

Ma non sarebbe soltanto della criminalità la responsabilità del degrado. Le simpatie dell’estrema destra romana coinvolgono spesso esponenti delle tifoserie violente, gruppi di ultrà che si fanno baccello e centro di reclutamento rifacendosi a simboli e ideologie nazionalisti. E si sa, nulla la rabbia cieca e la disinformazione temono di più che la cultura. Quelli in cui i proprietari e coloro che lavoravano alla Pecora Elettrica, dal loro conto, hanno tentato di ricucire lo strappo nella comunità, sono stati mesi duri. Ma, anche per merito della solidarietà delle associazioni, tutto il quartiere si è stretto attorno al locale, facendo quanto necessario per portarlo alla riapertura. “Oggi dobbiamo dare una grande risposta a questo vile attacco a un luogo che tutti sentiamo vicino”, spiegala responsabile dell’associazione antifascista di Roma est, a dimostrare che le comunità che vivono il territorio sanno resistere e difendersi, quando messe sotto attacco, ribadendo la necessità di sviluppare rapporti solidali tra abitanti per costruire una comunità resistente e coesa.

Questa è la cosa meravigliosa dell’uomo: che non si scoraggia mai, l’uomo, non si disgusta mai fino al punto di rinunciare a rifar tutto da capo, perché sa, l’uomo, quanto tutto ci  sia importante e quanto valga la pena di essere fatto.

Sono parole dello stesso Bradbury che ho voluto citarvi poco fa. Perché quelle stesse fiamme, vigliaccamente appiccate alla Pecora Elettrica e al Baraka Bistrot, non hanno fermato e non fermeranno il percorso di crescita ed evoluzione sociale del territorio.

Non ha poi così importanza quali siano le motivazioni dietro ad un incendio del genere: chi ha lasciato cadere  il fiammifero sul cherosene non voleva colpire il luogo in se, ma ciò che rappresenta: un tentativo di non abbassare la testa e arrendersi all’odio e alla paura tramite la cultura, i libri, gli ideali. Ed è ancora una volta l’autore di Fahrenheit 451 a ripeterci fermamente quanto un libro sia una pistola carica. E quando si arriva a bruciare librerie, punti di cultura, aggregazione, che di nulla sono colpevoli, se non del voler diffondere la conoscenza quale mezzo razionale per stemperare un odio e una violenza basati sull’ignoranza, è di paura che stiamo parlando.

Si ha paura dell’informazione e della verità, paura che la gente si svegli dal torpore di una società anestetizzante che avvolge tutti noi e decida di resistere tanto agli abusi  quanto all’indifferenza verso chi da un giorno all’altro si vede portatore di un male sociale veicolato, semplicemente perché si distolga lo sguardo dai responsabili di questa cultura del bullismo, dell’intimidazione e delle violenze. Ed è proprio scuotendosi da questo sonno che artisti, studenti e chiunque abbia un briciolo di coraggio in Italia e nel mondo, stanno usando quello scudo che è la cultura. Perché la politica e il regime dell’odio e dei luoghi comuni si combattono soprattutto con la conoscenza. 

Per fermare un’onda del genere non basterebbe alcuna militarizzazione della città, come tanto si è sussurrato sui social, sebbene il sindaco Raggi abbia poi smentito. Non basterebbe alcun pugno di ferro o esercito. L’unico scudo resistente abbastanza era quello che la Pecora Elettrica poteva vantare quale suo elemento costitutivo, e che tornerà a impugnare se e quando risorgerà dalle sue ceneri. La cultura. Nulla di più. 

Perché è raro che le idee restino sulla pagina di un libro. Si staccano, a modo loro. Ti strisciano sulla pelle, trovano un modo di entrarti dentro e si radicano, dandoti ideali e mezzi per cambiare te stesso e il mondo attorno.  

Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.

Facce vuote, impaurite. Facce che nessuno di noi può più permettersi di portare. La faccia di chi è incapace sia di coltivare grandi ideali, come Bradbury sottintende, che di riflettere su e per se stessi.  Distruggere i luoghi di promozione della cultura e di quelle idee sane su cui si fonda il futuro comune è atto terroristico nei confronti della democrazia, che non può più essere tollerato in un paese quale il nostro. La Pecora Elettrica potrà essere bruciata, e bruciata, e bruciata. Ma risorgerà sempre.

A cura di Domenico Porcelli

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