Lessico Famigliare è la storia di una famiglia ebrea vissuta durante il periodo fascista, quella di Natalia Ginzburg. Più che un’autobiografia, il romanzo si presenta come un intreccio di vicende singolari in cui le vite dei suoi parenti si legano indissolubili con quelle di grandi intellettuali del tempo. Come l’autrice stessa espone nella prefazione infatti: «Non avevo voglia di parlare di me. Questa non è la mia storia ma piuttosto, pur con vuoti e con lacune, la storia della mia famiglia».

Con assoluta coerenza rispetto alle esperienze vissute, la posizione della narratrice non risulta defilata all’interno del nucleo famigliare: non è spettatrice, non adotta un punto di vista critico e corrosivo. Al contrario, si fa travolgere da frasi discontinue, a tratti perfino contraddittorie, senza volerne scrutarne il senso più intimo perché è proprio nell’incompletezza di quei discorsi disordinati che risiede l’unicità del suo racconto. Lo rintracciamo sin dal titolo: il Lessico Famigliare riguarda infatti la costruzione di una sintassi costituita dalla lingua parlata dalla famiglia, i modi dire, i motti proverbiali e le espressioni consuetudinarie.

Oltre i parenti, i personaggi che entrano ed escono frequentemente nel salotto della Ginzburg costituiscono da soli un ritratto autentico, immagini che accostate insieme tessono le fila del racconto. Anzitutto peculiare è la descrizione del rapporto genitoriale: un padre al tempo stesso tenero e dispotico e una madre protettiva.

L’autrice annota dettagliatamente le liti in casa, i primi amori della sorella Paola e affronta con pudore la prigionia del padre, la fuga oltre confine dei fratelli, la reclusione e l’uccisione del marito Leone, caduto prigioniero dei fascisti. Il dolore della perdita viene percepito come fosse filtrato, riuscendo così a preservare la semplicità e l’ingenuità che contraddistingue lo scritto.

Attraverso la figura della nonna paterna, poi, Ginzburg introduce esplicitamente e in modo quasi ironico l’ebraismo. Tradizionalismo e moralismo riempiono le mura della casa della nonna in maniera quasi ossessiva, tanto che la narratrice tenta di sminuire questo culto del sacro intriso di ignoranza: «Recitava ogni giorno le sue preghiere, senza capirci niente perché non sapeva l’ebraico».

E infine digressioni su personaggi culturali influenti dell’epoca: Olivetti, uomo realizzato sul piano pubblico e professionale, Balbo espressione del contatto tra la politica e la letteratura, Einaudi, Filippo Turati, Eugenio Montale. Tra tutti emerge senza dubbio il ricordo malinconico di Pavese. Dell’autore e amico rievoca con nostalgia l’ironiache «era forse tra le cose più belle che aveva»,le chiacchierate e le discussioni fino al momento del suicidio descritto con uno sguardo cinico come conseguenza del suo “male di vivere”.

La Ginzburg con il suo romanzo accoglie il lettore in casa sua, come ospite seduto attorno alla tavola rumorosa, tanto da affezionarsi ai personaggi. In questo modo disegna con estrema cura un quadro completo di pregi e difetti della sua famiglia, custodendo gelosamente la preziosità delle parole scelte per descrivere gli eventi accaduti. Non è difficile, allora, constatare tra le righe la testimonianza dell’affetto dei suoi cari evocata proprio dalla memoria del lessico. Ed è proprio per questo che ognuno di noi riesce a specchiarsi nel libro e vedere riflessa l’immagine della propria famiglia e delle proprie radici:

 Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una di quelle frasi sentite e ripetute infinite volte nel tempo della nostra infanzia […] per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole […] Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti più diversi della terra.

Ecco allora il messaggio inequivocabile contenuto nel Lessico Famigliare: i nostri genitori, i fratelli, gli amici sono i soli testimoni di quel che siamo stati, che oggi probabilmente non siamo più, e ci accompagnano e ci comprendono nella profondità di ciò che saremo.

A cura di Chiara Marino

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