Qualche settimana fa il deputato Luigi Marattin (Italia Viva), al fine di arginare gli episodi di odio e violenza verbale sul web ha proposto di rendere obbligatorio un documento di identità per registrarsi sui social.

Sulla carta, sembra un’idea geniale, il proverbiale coniglio uscito dal cilindro proprio al momento giusto. Sulla carta. Ma sul web la carta non si usa. Il concetto stesso di rete, di flusso dovrebbe far riflettere sull’inutilità pratica di questa proposta. Non è tecnicamente possibile regolare l’accesso a un social network e rendere obbligatoria la presentazione di un documento di identità. O meglio, è possibile farlo ma restano comunque aperte molte vie alternative per aggirare il divieto. Inoltre, ad un esame più approfondito risulta essere anche inutile.


Ma procediamo con ordine. Perché non è tecnicamente possibile regolare in modo efficace l’accesso al web e ai social network? Ogni dispositivo connesso a Internet possiede un indirizzo IP che lo identifica in modo univoco. Immaginiamo che il nostro computer sia casa nostra, l’indirizzo IP è come l’indirizzo civico: identifica casa nostra in mezzo a tutte le altre. Proseguiamo nell’analogia. Lo stato ha autorità di imporre una tassa sulle case presenti sul territorio italiano. Ma non può farlo su quelle presenti, per esempio, in Francia. Allo stesso modo lo stato italiano può fare in modo che all’atto di registrazione a un determinato social network a tutti gli IP registrati in Italia venga richiesto di presentare un documento di identità.

Ora, se questa operazione è estremamente utile nel caso delle case, non lo è nel caso degli indirizzi IP. Infatti, è possibile modificare il proprio indirizzo IP oppure renderlo dinamico, ovvero fare in modo che cambi ad ogni accesso. Immaginate che ogni volta che aprite la vostra carta di identità compaia un indirizzo diverso. Questo rende estremamente facile e legale aggirare il divieto, e pertanto inutile il divieto stesso.

Questa procedura è inoltre inutile, in quanto in caso di denuncia le forze dell’ordine hanno libero accesso ai social network e sono in grado di identificare l’indirizzo IP e la locazione del dispositivo ad esso collegato. Gli strumenti a disposizione delle forze dell’ordine non vengono potenziati con l’introduzione di questo obbligo.

Ammettiamo, per amore del dubbio, che sia possibile superare questi ostacoli. Immaginiamo un mondo dove l’indirizzo IP sia fisso e stabile come l’indirizzo della propria abitazione. Immaginiamo anche che l’introduzione di questo obbligo abbia reso più efficace il lavoro delle forze dell’ordine.

Resta tuttavia una ragione per cui questa operazione risulta essere ancora inutile, e perfino dannosa. Qual è questa ragione? Semplicemente che il gestore del social network non possiede gli strumenti necessari per verificare l’autenticità degli strumenti presentati. Per farlo dovrebbe avere accesso all’archivio dell’anagrafe. Ma può uno stato che conta 60 milioni di abitanti consegnare tutti propri dati a una multinazionale straniera? Può farlo, ma andrebbe incontro a pesanti violazioni della privacy.

Pertanto, questa proposta non solo è inutile, ovvero non persegue l’obiettivo per il quale è stata proposta, ma è anche potenzialmente pericolosa per i diritti dei cittadini, diritti che lo stato deve tutelare e non mettere a rischio.

A cura di Roberto Baccarini

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