Il tema del fine vita ricorre frequentemente nel dibattito odierno. I progressi della medicina e della scienza hanno fatto sì che sempre più persone si trovino a vivere in condizioni ritenute non solo non dignitose, ma anche peggiori della morte stessa. In altri casi, la presenza di malattie degenerative o di altre gravose condizioni psico-fisiche è alla base della decisione di ricorrere all’ eutanasia.

Ma quale relazione intercorre tra questo tema e la vicenda di Antigone e Creonte, protagonisti della famosa tragedia di Sofocle? Centrano nella misura in cui il contrasto su cui si fonda la tragedia, ovvero il conflitto tra le leggi non scritte (quelle che per noi moderni sono i diritti universali o i doveri etico-morali) difese da Antigone e le leggi della città difese da Creonte, è lo stesso su cui si scontrano le posizioni favorevoli o contrarie al riconoscimento legale del diritto di decidere se interrompere o meno la propria vita.

Da un lato, infatti, coloro che supportano la richiesta di riconoscimento legale del diritto di poter decidere se continuare o meno a vivere (e di conseguenza di ricorrere al testamento biologico o di effettuare l’eutanasia) si oppongono allo Stato che ai loro occhi proibisce e punisce quello che ritengono essere sia un diritto inalienabile dell’uomo sia una decisione centrale per la libertà umana. La vita è considerata come uno dei beni più preziosi, e pertanto il poterne disporre influisce in maniera radicale sulla nozione di libertà. Non potere disporre del diritto di scegliere se continuare o meno a vivere corrisponde a non essere liberi. Pertanto, chiedono allo stato di riconoscere questo diritto.

Dall’altro, invece, coloro che si oppongono al riconoscimento di questo diritto non lo fanno perché si schierano con Creonte, ovvero con le leggi dello Stato, ma perché si considerano anche loro nella stessa posizione di Antigone; considerano la vita come il bene più prezioso, da tutelare al massimo livello. La vita è dunque un diritto inalienabile e pertanto va difesa ad ogni costo. Per i sostenitori di questa posizione, la parte di Creonte viene recitata da coloro che richiedono il riconoscimento legale di questo diritto, in quanto per loro si tratterebbe di una imposizione che rende difficile restare fedeli alle norme etiche in cui credono. Pertanto, si oppongono al riconoscimento di questo diritto.

Ora, occorre fare una precisazione. Può sembrare strano che coloro che si oppongono al riconoscimento di questo diritto lo considerino come un ostacolo che impedisce loro di seguire le norme etiche in cui credono. In teoria, il riconoscimento del diritto non implica nessuna conseguenza diretta per la loro condotta di vita quotidiana. La risposta risiede nel fatto che ogni cittadino è in qualche misura responsabile per le azioni della collettività di cui fa parte, a maggior ragione se questa collettività si organizza in forma democratica. Perciò, coloro che si oppongono al riconoscimento di questo diritto lo fanno perché in caso di riconoscimento diverrebbero per la loro coscienza co-responsabili: questo comporta per loro una violazione di quella che considerano una norma etica fondamentale.

La situazione si fa pertanto assai complicata. Collidono due diverse posizioni etiche, morali, e giuridiche. In queste condizioni non è possibile alcun compromesso, tantomeno una votazione o una sentenza può essere considerata come una soluzione convincente. Qualsiasi presa di posizione a favore di un gruppo comporta la repressione delle richieste dell’altro. Tale questione coinvolge valori che entrambi i gruppi considerano fondamentali. Questo comporta l’impossibilità di trovare una soluzione universale o di applicare le categorie di giusto e sbagliato.

Ciascuno deve decidere quale posizione supportare, e questa decisione è motivata dalle convinzioni etiche, morali, e sociali che ogni individuo liberamente sceglie di seguire. Resta però evidente la difficoltà di risolvere questo dilemma a livello statale. Lontani da una soluzione, la questione rimane aperta.

A cura di Roberto Baccarini

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