Sinisa Mihajlovic ha lottato parecchio nel corso della sua carriera da calciatore. Lo ha fatto in Serbia, dove è riuscito ben presto ad emergere e a vincere, a soli 23 anni, tre campionati e una Coppa dei Campioni. Ma lo ha fatto soprattutto nel nostro Paese, conquistando i cuori dei tifosi di Sampdoria, Lazio e Inter dopo un avvio incerto e non privo di critiche alla Roma.

Il suo spirito combattivo non lo ha abbandonato neanche quando negli anni successivi ha deciso di intraprendere la carriera di allenatore. Diretto e genuino, Sinisa ha girato l’Italia (Fiorentina, Milan e Torino le panchine più importanti) lasciando ovunque un bel ricordo e non si è mai fermato davanti agli ostacoli.

Salvò nel 2010 il Catania subentrando ad Atzori alla tredicesima giornata, e, nel 2019, ha ripetuto l’impresa con il Bologna, con cui ha ottenuto un’incredibile permanenza in serie A sostituendo Filippo Inzaghi alla ventiduesima giornata. Due esperienze sportive che la dicono lunga sul carattere dell’allenatore serbo: cuore, grinta e forza d’animo di chi è abituato a combattere e a crederci tanto. Più degli altri.

Negli ultimi mesi, però, Sinisa ha dovuto affrontare un avversario particolare, diverso da quello che l’allenatore è abituato ad affrontare ogni domenica. Più che un avversario si tratta di un nemico, pericoloso e sleale. Con un atto di grande coraggio, lo scorso tredici luglio Mihajlovic ha dichiarato di avere la leucemia di fronte a una quarantina di giornalisti. Inutile dire che lo ha fatto a modo suo: senza nessuna paura e con la voglia di sottoporsi subito alle cure necessarie per guarire nel minor tempo possibile.

Fra lo shock e la commozione generale, il battagliero Sinisa pensava già alla lotta contro la malattia. E’ tipico dei guerrieri non farsi intimorire dal nemico, guardarlo in faccia a quattr’occhi e cominciare a non dormire la notte per trovare una strategia efficace che porti alla sua sconfitta. Ed è tipico di Sinisa non perdere tempo, rimboccarsi le maniche e lasciare tutti a bocca aperta: così come nel 1991, a soli ventidue anni, dimostrava di non avere nessuna paura di sbagliare un calcio di rigore nella finale di Coppa dei Campioni, ventotto anni dopo decide di “dare un calcio” alla leucemia presentandosi a sorpresa al Bentegodi, stadio del Verona impegnato nella prima giornata di campionato contro il suo Bologna. Una lezione di vita, un messaggio che è arrivato forte e chiaro a tutti gli innamorati del calcio e della vita.

Nel frattempo, il mondo del calcio, e non solo, si è mostrato compatto attorno all’allenatore come le barriere che i portieri schieravano per evitare che Sinisa segnasse l’ennesima punizione. Tutti fanno il tifo per il guerriero serbo: il Bologna non lo ha mai messo in discussione, confermandolo con decisione alla guida tecnica della squadra. I suoi ragazzi gli hanno dimostrato un affetto unico, dedicandogli gol e vittorie e facendogli visita ogni volta che possono. I tifosi di tutte le squadre gli hanno dimostrato ammirazione e vicinanza, tempestandolo di messaggi di incoraggiamento.

 D’altronde non poteva essere altrimenti per uno come Sinisa. Un giocatore ed un allenatore che si è fatto sempre apprezzare per l’impegno messo in campo, un uomo perbene che sta lottando contro il più scorretto degli avversari per sé e per la sua famiglia. “Aspettate, aspettate un po’ prima di iniziare” ha detto in un video proiettato sul maxischermo dello stadio Dall’Ara prima della sfida tra Bologna e Real Legends. Lo aspettiamo tutti, più combattivo e grintoso di prima.

A cura di Giuseppe Fileccia

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